RASSEGNA DI GIURISPRUDENZA SULLE CRIPTOVALUTE

Aggiornato il: mar 8




SOMMARIO



1. Premessa


2. La prima sentenza sul tema: Tribunale di Verona, 24 gennaio 2017, n. 195


3. Le definizioni di cui alla Direttiva (UE) 2018/843 e al d.lgs. n. 125/2019


4. La conferibilità di criptovalute a capitale sociale: decreto Corte d’Appello di Brescia, 24 ottobre 2018, n. 207


5. L’exchange e il deposito di criptovaluta: Tribunale di Firenze, sez. fall., 21 gennaio 2019, n. 18


6. I profili fiscali: la giustizia europea e le Risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate


7. I profili fiscali (segue): TAR Lazio 27 gennaio 2020 n. 1077


8. Riciclaggio e Abusivismo finanziario: Cass. pen., 25 settembre 2020, n. 26807




1. Premessa


In mancanza di una normativa specifica in tema di criptovalute nel nostro Paese (ma il tema è comune quantomeno all’intera UE) giurisprudenza e Autorità di Vigilanza tentano di ricostruire – in maniera necessariamente frammentaria ed episodica – una disciplina che possa, allo stato, sostenere le sfide dell’innovazione rispetto alla certezza dei traffici giuridici.


Tale aspetto è particolarmente avvertito dai regolatori: la stessa Consob rileva come lo sviluppo di risposte efficaci in merito alle criptovalute è ancora in una fase iniziale in un ambito difficile da disciplinare, rientrando nella competenza di differenti soggetti pubblici a livello nazionale e operando, al contempo, su scala globale.


L’Autorità non nasconde poi che la finanza e il settore bancario guardano con diffidenza e riluttanza alle criptovalute nel timore della possibilità di trasmettere valore senza l'intervento degli intermediari, finendo per spiazzare il business normalmente svolto dall'industria.


Sono stati numerosi i casi nei quali la Consob ha sanzionato l’offerta al pubblico, anche attraverso siti internet, di opportunità di guadagno legate alle cripto valute individuando in tali attività le caratteristiche di una offerta di un prodotto finanziario (secondo la definizione offerta dall’art. 1 del TUF) che impone la preventiva pubblicazione del prospetto informativo a tutela degli investitori (ex art. 101 TUF).


In termini generali, la Banca d’Italia ha recentemente rilevato come l’interazione tra ciò che appartiene al mondo dei servizi tradizionali e ciò che si presenta come novità nel mondo dei pagamenti impone di predisporre un nuovo quadro di sorveglianza sugli strumenti di pagamento ricomprendente anche le cripto-attività con funzione di pagamento, proiettando questa nuova dimensione anche in una prospettiva di presidio dei rischi per la stabilità finanziaria.


Vi è in ogni caso la consapevolezza che l’accelerazione del mercato può non coincidere con i tempi degli iter normativi e che nelle more è quindi necessario continuare a presidiare le nuove soluzioni finanziarie con gli strumenti normativi già a disposizione per accompagnare i mutamenti di contesto.


Anche l’IVASS, fin dal 2017, ha sottolineato le crescenti preoccupazioni sull’utilizzo di valute virtuali nel settore finanziario e sul possibile sviluppo di una bolla speculativa, avvertendo come necessario un approfondimento sull’utilizzo delle cripto valute in ambito assicurativo.


Le maggiori perplessità riguardano i rischi connessi con l’acquisto e lo scambio di cripto valute, che espongono i consumatori a una significativa volatilità dei prezzi (incluso il rischio di completa perdita degli investimenti), con la facilità con cui si manifestano bolle speculative, con l’assenza di un robusto mercato secondario, con la possibilità di interruzioni operative e con la ridotta trasparenza dei prezzi.


Per tali motivi, l’elaborazione giurisprudenziale cerca da qualche tempo di individuare idonei strumenti concettuali e formali per ricondurre il regime giuridico delle criptovalute e delle monete virtuali a moduli normativi e giuridici esistenti, con le correlate difficoltà derivanti da interpretazioni che scontano fatali forzature esegetiche.


E proprio sotto tale ultimo profilo, non mancano variegate posizioni dottrinali espresse in una produzione scientifica che appare già amplissima per quanto con un limitato fine sistematico.


Nel contesto appena delineato appare utile una prima ricognizione sulle decisioni giurisprudenziali che si sono occupate, a vario titolo, del tema criptovalute e blockchain attraverso un’esposizione cronologica che tenga conto degli interventi normativi nelle more succedutisi.



2. La prima sentenza sul tema: Tribunale di Verona, 24 gennaio 2017, n. 195


Il caso deciso dal Tribunale di Verona origina da una vicenda legata alla compravendita di criptomoneta finalizzata alla partecipazione in un progetto di crowfunding.


La sentenza ha affrontato per la prima volta in Italia la questione giuridica riguardante l'acquisto di valuta virtuale (nel caso di specie, Bitcoin) mediante una società promotrice finanziaria di una piattaforma di crowfunding.


Precisamente, gli attori lamentavano di aver corrisposto ad una società di servizi alcune somme in euro per l’acquisto di criptovaluta quale bene funzionale a costituire la provvista necessaria all’adesione ad un’operazione di crowfunding condotta da una società terza, emittente della criptovaluta, per il tramite di un portale web situato in Ucraina.


A fronte di tale deposito in euro, però, non sarebbe mai stato attivato il conto virtuale per il deposito e l’operatività in criptomoneta.


Per tali motivi, gli attori nel prospettare l’assoluta assenza di forme scritte e di qualsivoglia informativa precontrattuale a sostegno delle operazioni impugnate, hanno invocato la tutela consumeristica di cui agli artt. 67 e ss. del Codice del Consumo (d.lgs. n. 206/2005).


Per converso, parte convenuta ha sostenuto che le operazioni oggetto di scrutinio fossero da inquadrare nell'ambito della disciplina del c.d. equity crowfunding, cioè delle attività volte, per quanto qui interessa, a proporre – mediante una piattaforma digitale (il “portale”) ed affidata al “gestore di portale” iscritto nell'apposito registro ex art. 50 quinquies TUF in conformità al Regolamento di cui alla delibera Consob 26.6.2013 n. 18592 – investimenti finalizzati all'acquisto di partecipazioni in start up innovative (operanti quali “emittenti” di strumenti finanziari).


Il Tribunale ha stabilito che la convenuta assunse il ruolo di “fornitore” del servizio finanziario descritto all'art. 67-ter, lett.a), b), c) e g) operando quale soggetto privato che – mediante “contratto a distanza” ex art. 50 cod. consumo e servendosi di “operatore o fornitore di tecnica di comunicazione a distanza” – ha collocato la criptovaluta, senza mai incontrare personalmente gli attori, svolgendo dunque un “servizio finanziario ai consumatori” ex art. 67-bis.


In tale prospettiva, il Tribunale ha concluso nel senso della nullità dei contratti stipulati per fatti concludenti e della condanna della banca alla “restituzione di quanto ricevuto”.


Ciò perché quanto ha formato oggetto degli accordi contrattuali tra le parti, è definibile quale operazione di investimento, priva, tuttavia, di qualsivoglia contatto, sia diretto che indiretto, tra le parti, escludendo quindi in radice gli attori da qualsivoglia flusso informativo in loro favore, nel rispetto dei principi guida tracciati dal legislatore.



3. Le definizioni di cui alla Direttiva (UE) 2018/843 e al d.lgs. n. 125/2019


L'art. 1, lett. d, della Direttiva 2018/843/UE (direttiva antiriciclaggio) definisce le valute virtuali come «una rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente».


Similmente, l’art. 1, comma 2, lett. qq) del d.lgs. n. 231/2017 (a seguito delle modifiche allo stesso apportate dai successivi d.lgs. n. 90/2017 e n. 125/2019) definisce la “valuta virtuale” come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa ne' garantita da una banca centrale o da un'autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l'acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.


La modifica del d.l. 167/1990 operata per il tramite del d.lgs. 90/2017, ha esplicitamente inserito l'utilizzo delle "monete virtuali" tra le operazioni relative ai trasferimenti da e per l'estero, rilevanti ai fini del relativo monitoraggio antiriciclaggio ex art. 1 del d.l. 167/1990: ne deriva che gli “intermediari bancari e finanziari” e gli “altri operatori finanziari”, nonché gli “operatori non finanziari”, che intervengono, anche attraverso movimentazione di conti, nei trasferimenti da o verso l'estero di mezzi di pagamento di cui all'articolo 1, comma 2, lettera s) sono tenuti a trasmettere all'Agenzia delle Entrate i dati relativi alle predette operazioni, effettuate anche in valuta virtuale, di importo pari o superiore a 15.000 euro, indipendentemente dal fatto che si tratti di un'operazione unica o di più operazioni che appaiano collegate per realizzare un'operazione frazionata e limitatamente alle operazioni eseguite per conto o a favore di persone fisiche, enti non commerciali e di società semplici e associazioni equiparate.


Infine, la lett. ff) definisce “prestatori di servizi relativi all'utilizzo di valuta virtuale” “ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, anche online, servizi funzionali all'utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale o in rappresentazioni digitali di valore, ivi comprese quelle convertibili in altre valute virtuali nonché i servizi di emissione, offerta, trasferimento e compensazione e ogni altro servizio funzionale all'acquisizione, alla negoziazione o all'intermediazione nello scambio delle medesime valute”.


Sono, invece, “prestatori di servizi di portafoglio digitale” (lett. ff-bis) “ogni persona fisica o giuridica che fornisce, a terzi, a titolo professionale, anche online, servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private per conto dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali”.



4. La conferibilità di criptovalute a capitale sociale: decreto Corte d’Appello di Brescia, 24 ottobre 2018, n. 207


La società Alfa s.r.l. in sede di assemblea straordinaria deliberava di procedere ad aumento di capitale mediante:


- conferimento di n. 23 opere d’arte, costituite da dipinti su tela, di vari autori, del valore complessivo di euro 701.000,00, come da perizia;

- conferimento di criptovaluta costituita da numero 35.109,56 di “ONE COIN” del valore complessivo di euro 728.523,13 come da perizia.


Il Notaio rogante ha, tuttavia, comunicato all’Amministratore della società il diniego all’iscrizione nel Registro delle Imprese della delibera assembleare, ritenendola non sufficientemente dotata dei requisiti di legittimità per ordinarne una immediata e incondizionata iscrizione.


Il Notaio ha, in particolare, sollevato censure riguardo alla parte della delibera relativa all’attuazione del conferimento mediante moneta virtuale “ONE COIN”, con riferimento alla quale ha affermato che le criptovalute, stante la loro volatilità, non consentono una valutazione concreta del quantum destinato alla liberazione dell’aumento di capitale sottoscritto, né di valutare l’effettività del conferimento.


Avverso tale diniego la società ha presentato ricorso avanti al Tribunale di Brescia ex art. 2436 c.c. chiedendo ordinarsi l’iscrizione nel Registro delle Imprese della menzionata delibera di aumento di capitale, argomentando come segue:


(i) la perizia prodotta in sede di conferimento delle criptovalute confermerebbe il valore del bene e il trasferimento della sua disponibilità in capo alla società, a seguito della messa a disposizione delle credenziali da parte del socio conferente;


(ii) l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il possesso di moneta virtuale va inserito nella dichiarazione dei redditi e da ciò deriva la possibilità di attribuire un valore economico a tale tipologia di beni;


(iii) se possono costituire oggetto di conferimento sia i crediti sia taluni beni immateriali (quali per esempio i diritti di proprietà industriale), non vi è ragione per escludere la liceità del conferimento delle criptovalute;


(iv) nel caso di specie, ONE COIN è moneta virtuale scambiata su mercati non regolamentati e soggetta alla valutazione da parte di operatori specializzati;


(v) la valuta virtuale ONE COIN è di elevata diffusione presso gli utenti della citata piattaforma online, e pertanto costituisce mezzo di pagamento sufficientemente riconosciuto e accettato anche dagli esercenti.


Il Tribunale ha respinto il ricorso, argomentando nel senso che tale conferimento sarebbe in contrasto con la funzione del capitale sociale in chiave di garanzia nei confronti dei creditori sia con riferimento alla idoneità del bene ad essere oggetto di valutazione anche in considerazione delle sensibili oscillazioni di valore, sia per i dubbi relativi al requisito di idoneità a formare oggetto di forme di esecuzione forzata da parte dei creditori sociali.


A seguito del gravame, anche la Corte d’Appello ha rigettato le domande della società sulla base delle seguenti considerazioni:


(i) l’effettivo valore economico della criptovaluta non può determinarsi con la procedura di cui al combinato disposto degli artt. 2264 e 2265 c.c. – riservata a beni, servizi ed altre utilità, diversi dal denaro – non essendo possibile attribuire valore di scambio ad un’entità essa stessa costituente elemento di scambio (contropartita) nella negoziazione;


(ii) non è possibile assegnare alla criptovaluta – in assenza di un sistema di scambio idoneo a determinarne l’effettivo valore ad una certa data – un controvalore certo in euro, essendo a tal fine precluso il ricorso alla mediazione della perizia di stima;


(iii) non è possibile attribuire alla criptovaluta una determinazione in valore (e cioè in euro) effettiva e certa.



5. L’exchange e il deposito di criptovaluta: Tribunale di Firenze, sez. fall., 21 gennaio 2019, n. 18


Il Tribunale di Firenze ha dichiarato il fallimento di una società che svolgeva, per il tramite si siti web, attività di custodia ed exchange (scambio) di criptovalute.


L’istanza è stata depositata da alcuni utenti che avevano “perso” la disponibilità dei valori virtuali (Bitcoin e Nano) depositate nel wallet gestito dalla fallita, la quale, asserendo di aver subito attacchi informatici, non era più in grado di restituire le criptomonete in sua custodia ai depositanti che ne chiedevano il recupero, determinando un ammanco quantificabile in alcuni milioni di euro.


Tale inadempimento (restitutorio) ha, poi, determinato lo stato d’insolvenza della società di custodia poiché sia i valori digitali “smarriti” (passivo) sia i valori digitali ancora in suo possesso (attivo) superavano, rispettivamente al tasso di cambio operato in moneta legale al giorno della dichiarazione di fallimento, le soglie di euro 500.000,00 e di euro 300.000,00 dell’art. 1, comma 2, l. fall.


Il Tribunale ha tentato di inquadrare giuridicamente il sistema delle c.d. criptovalute, e in particolare la natura (materiale e giuridica) delle stesse, sulla base della legislazione vigente, della dottrina e della giurisprudenza in materia.


Tale sforzo ricostruttivo è stato effettuato nella esplicita consapevolezza che l’analisi sconta necessariamente la difficoltà di adattare gli istituti giuridici dell’ordinamento alla peculiarità della fattispecie, che a sua volta presenta indubbi aspetti di complessità, derivanti dall’assoluta novità dello strumento e dalla necessaria preventiva conoscenza di nozioni tecnico-specialistiche di tipo informatico, che si intersecano inevitabilmente con gli aspetti giuridici.


In tale prospettiva il Tribunale ha chiarito che sotto il profilo tecnico, in via di assoluta semplificazione e prendendo spunto dagli studi in materia e dalle definizioni comuni, la criptovaluta è la rappresentazione informatica di un valore, decentralizzata e digitale la cui implementazione si basa sui principi della crittografia per convalidare le transazioni e la generazione di moneta in sé.


Il Tribunale, partendo dall’accertamento della natura fungibile del “bene-criptovaluta” ex art. 810 c.c. ha concluso nel senso che il rapporto instaurato tra exchange e utente integra la fattispecie del deposito irregolare poiché la società aveva facoltà di disporre della cosa depositata ex art. 1782 c.c., e ne acquisiva conseguentemente la proprietà non sussistendo apposita clausola derogatoria sul punto.


Il corollario dell’opzione interpretativa adottata è il riconoscimento nei confronti dei clienti della fallita di un diritto di credito alla restituzione di un valore pari alle criptovalute consegnate in deposito.



6. I profili fiscali: la giustizia europea e le Risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate.


La connotazione delle cripto-attività è di fondamentale importanza per capire come esse si inseriscono nei sistemi fiscali esistenti.


Nella maggior parte dei casi, i vari ordinamenti considerano le cripto-attività come una forma di proprietà a fini fiscali.


Partendo da questa definizione, i vari Paesi adottano approcci diversi in merito alla categorizzazione delle valute virtuali: mentre la maggior parte dei casi ci si riferisce ad esse come beni immateriali, in altri vengono considerate come materie prime o strumenti finanziari.


Una minoranza di Paesi adotta un approccio diverso e considera le valute virtuali come parificabili alla valuta estera o come “rappresentazione digitale del valore”.


L’uso, il commercio e il livello di capitalizzazione di mercato di queste attività sono aumentati e le loro caratteristiche tecnologiche sono in rapida evoluzione rappresentando perciò una sfida per le amministrazioni fiscali e i decisori politici.


Con riferimento al nostro Ordinamento, in assenza di una specifica normativa applicabile, la disciplina può essere ricostruita sulla base


(i) della sentenza 22 ottobre 2015 (causa C-264/14) della Corte di Giustizia dell’Unione Europea;


(ii) della successiva Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 72/E del 2 settembre 2016, e


(iii) della sentenza del TAR Lazio 27 gennaio 2020 n. 1077, di cui si dirà nel paragrafo che segue.


Con riferimento alla pronuncia europea, la Corte di Giustizia ha riconosciuto che le operazioni che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale Bitcoin e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra il prezzo di acquisto delle valute e quello di vendita praticato dall’operatore ai propri clienti, costituiscono prestazioni di servizio a titolo oneroso.


Più precisamente, secondo i giudici europei, tali operazioni rientrano tra le operazioni “relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio” di cui all’art. 135, par. 1, lett. e), della Direttiva 2006/112/CE.


In particolare, ai fini del trattamento IVA, il caso analizzato dai Giudici europei riguardava un soggetto che svolgeva l’attività di cessione e acquisto di valuta virtuale (Bitcoin) in cambio di valuta “tradizionale” o, meglio, avente corso legale.


Il compenso per tale attività era determinato in misura pari al margine che scaturiva dalla differenza (ipotizzando il caso di vendita di Bitcoin da parte dell’operatore), da un lato, tra il prezzo che il cliente era disposto a pagare per acquistare una unità di moneta virtuale e, dall’altro, la miglior quotazione del Bitcoin stesso disponibile sul mercato.


La Corte, al riguardo, ha stabilito:


(i) che l’attività di commercializzazione di Bitcoin deve essere qualificata quale prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso;


(ii) che le prestazioni in esame, pur riguardando operazioni relative a valute non tradizionali (e cioè diverse dalle monete con valore liberatorio in uno o più Paesi) “costituiscono operazioni finanziarie nella misura in cui tali valute siano state accettate dalle parti di una transazione quale mezzo di pagamento alternativo ai mezzi di pagamento legali e non abbiano altre finalità oltre a quella di un mezzo di pagamento”.


Sulla base di tale inquadramento giurisprudenziale, con la Risoluzione 72/E, l’Agenzia delle Entrate ha affermato che l’attività di intermediazione nell’acquisto e vendita di Bitcoin è rilevante, oltre che agli effetti dell’IVA, anche dell’IRES e dell’IRAP.


Con riferimento a coloro che intendono acquistare criptomoneta, la Risoluzione 72/E chiarisce che in relazione alla “tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”.


Nella successiva Risposta 14/2018 l’Agenzia ha offerto chiarimenti in merito al trattamento fiscale applicabile, ai fini delle imposte dirette (IRES e IRAP) e indirette (IVA), alle operazioni di cessione dei token e di conversione delle criptovalute (Bitcoin o Ethereum) in valuta corrente.


In particolare, il quesito atteneva alla possibilità per una società di capitali di porre in essere una ICO (Initial Coin Offering) nell’ambito della quale emettere utility token, rappresentativi del diritto a fruire di servizi per la diagnosi della infertilità inspiegata presso i laboratori di sua proprietà, a fronte di pagamenti in valuta virtuale che la società avrebbe convertito in euro.


Tali token sarebbero stati utilizzati direttamente dall’acquirente originario o ceduti a terzi, a fronte di corrispettivi anche in valuta virtuale.


Al fini dell’applicazione dell’IVA, con riferimento alla cessione degli utility token da parte della società verso corrispettivo a privati consumatori, l’Agenzia ha ritenuto che gli stessi presentassero caratteristiche tali da essere tendenzialmente assimilati ai voucher, quali strumenti che conferiscono al detentore il diritto a beneficiare di determinati beni e/o servizi.


Per tali motivi trova applicazione quanto chiarito nella Risoluzione n. 21/E del 22 febbraio 2011, secondo la quale l’emissione e la circolazione dei voucher non assumono rilevanza IVA, non configurandosi quale anticipazione della cessione/prestazione cui i “buoni” stessi danno diritto. La rilevanza fiscale, e quindi l’applicazione dell’IVA, si assume dunque al momento dell’utilizzo del voucher, ossia all’atto dell’acquisto del bene/servizio che lo stesso incorpora (i.e. consumo finale).


Ne deriva che la cessione degli utility token sia più correttamente riconducibile ad una mera movimentazione finanziaria, non rilevante agli effetti dell’IVA e che l’imposta si renderà esigibile solo al momento in cui i beni saranno ceduti o i servizi prestati con la spendita dei token.


Conseguentemente, ai fini delle imposte sui redditi, le somme incassate a seguito dell’assegnazione degli utility token non incidono sulla determinazione del periodo d’imposta in cui concorrono alla formazione della base imponibile i beni e/o le prestazioni di servizi cui hanno diritto i possessori dei buoni regalo.


Sotto il diverso profilo della tassazione dei redditi realizzati dalle persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di una attività di impresa, che detengono gli utility token, l’Agenzia ha ritenuto che gli stessi costituiscono rapporti da cui deriva il diritto di acquistare a termine (quando sarà disponibile) il prodotto o il servizio e, pertanto, sono suscettibili di generare un reddito diverso ai sensi dell’art. 67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR.


Tali redditi diversi di natura finanziaria devono essere indicati nel quadro RT del Modello Redditi - Persone Fisiche e sono soggetti ad imposta sostitutiva con aliquota del 26%.


Più in generale, in relazione agli investimenti in cripto valute, l’art. 67, comma 1, lettera c-ter), del TUIR prevede la tassabilità delle relative plusvalenze in quanto derivino da cessione a titolo oneroso ovvero rimborso di valute estere (cui sono equiparate in Italia le cripto) oggetto di cessione a termine o rivenienti da depositi o conti correnti; in tale prospettiva si considera cessione a titolo oneroso anche il prelievo delle valute estere dal deposito o conto corrente (e, quindi, il prelievo delle cripto dal wallet).



7. I profili fiscali (segue): TAR Lazio 27 gennaio 2020 n. 1077


Ne panorama appena descritto, con la sentenza n. 1077/2020 il TAR del Lazio ha deciso il ricorso presentato da due enti associativi per contestare l’inserimento da parte dell’Agenzia delle Entrate delle “valute virtuali” nell’ambito degli obblighi del c.d. monitoraggio fiscale, individuandone i detentori quali destinatari degli adempimenti di cui al d.l. 28 giugno 1990, n. 167, senza – nella prospettiva dei ricorrenti – che alcuna norma, di rango primario o secondario, abbia previsto alcunché in tal senso.


Tale inserimento è stato effettuato mediante la pubblicazione delle “istruzioni per la compilazione del modello 2019 per la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche”, che, al rigo 14 del quadro RW (relativo agli “investimenti all’estero e attività estere di natura finanziaria”) hanno esplicitamente previsto l’obbligo di indicare anche “le altre attività estere di natura finanziaria e valute virtuali”.


I motivi posti a fondamento del ricorso possono essere sintetizzati come di seguito:


a) le valute virtuali, prime fra tutte il Bitcoin, sono registrazioni digitali che vengono annotate all’interno di libri mastri definiti “blockchain”, le copie dei quali risiedono, in maniera distribuita e condivisa, su tutti i computer o dispositivi connessi alla rete di cui fanno parte;


b) le valute virtuali altro non sono che contenitori astratti vuoti, che si prestano, eventualmente, ad essere riempiti di dati e trasmessi ad altri utenti, inverando la possibilità di inviare elementi digitali tramite internet, ma – a differenza, ad esempio, della posta elettronica – mediante tale invio il mittente perde la disponibilità di quanto inviato in favore del ricevente, che l’acquista, proprio come se l’oggetto della c.d. transazione fosse un oggetto fisico;


c) la “blockchain” costituisce come tale un “registro virtuale” condiviso e distribuito, che tiene traccia dei messaggi ricevuti da ogni singolo utente del sistema, attestandone la capacità di “spesa” e impedendo così la c.d. “doppia spesa”; ove per “capacità di spesa” ci si riferisce a niente più che ad un numero, cui viene convenzionalmente attribuito il nome distintivo della singola valuta virtuale, che, per le caratteristiche del sistema, ha la proprietà di non poter essere replicato in quanto univocamente associato ad una sequenza di firme digitali crittografiche, non falsificabili;


d) l’attitudine delle valute virtuali ad essere scambiate con valute aventi corso legale ovvero ad essere trasferite in cambio di beni o servizi (con effetto solutorio unicamente su base volontaria) rappresenta la volontà di chi se ne serve di partecipare a un network di cui condivide il sottostante fondamento ideologico-culturale (basato sulla disintermediazione rispetto alle istituzioni centrali) che ne estrinseca la caratteristica essenziale di forma di comunicazione e manifestazione del pensiero;


e) esistono migliaia di tipologie diverse di valute virtuali e per nessuna esiste una quotazione ufficiale del prezzo; il “valore” è unicamente attribuito dalla disponibilità all’acquisto da parte di qualche altro utente; per tale ragione esso fluttua sensibilmente in base a mode cicliche; il “prezzo” che viene attribuito alle valute virtuali è dato unicamente dal fatto che la maggior parte di esse esiste in misura finita, essendo asset digitalmente scarsi e irreplicabili, seppure restino strumenti essenzialmente di comunicazione, aventi la sola utilità data dalla loro attitudine al trasferimento, il cui “valore” è rappresentato dalla somma che qualcuno è disposto a spendere per servirsene; per tale ragione, non potrebbero essere equiparate ad investimenti o attività di natura finanziaria in quanto rappresenterebbero unicamente un mezzo tecnologico finalizzato all’invio, attraverso una rete peer-to-peer, ovverosia di tipo paritetico, di rappresentazioni digitali;


f) caratteristica essenziale di tale strumento sarebbe dunque la sua “aterritorialità”, dal momento che la disponibilità delle valute virtuali coincide con il possesso della “chiave privata” necessaria a trasferirle, che, a sua volta, costituisce un “codice crittografico” univoco, del quale non può predicarsi una sorta di “conservazione” in un luogo fisico;

g) le valute virtuali rappresentano un sottoinsieme delle rappresentazioni digitali (cc.dd. tokens) basate sulla tecnologia blockchain, che proprio per l’anzidetta natura di irreplicabilità, possono essere utilizzati al fine di rendere più fluida la circolazione di diritti relativi a beni o servizi in essi rappresentati o incorporati.


Il ricorso è stato rigettato sulla base delle seguenti argomentazioni:


a) a norma dell’art. 4 del d.l. 167/1990, conv. in l. 227/1990, le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate ai sensi dell’art. 5 del TUIR, residenti in Italia, che, nel periodo di imposta detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi; è a questo fine che è stato inserito nel modello Unico il quadro RW;


b) la modifica di cui al citato d.lgs 90/2017, in forza dell’inserimento nel novero dei soggetti obbligati al monitoraggio degli operatori “non finanziari” (di cui all’art. 3, comma 5, lett. i), del 231/2007) che individuava tra questi anche “i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale”, comporta di fatto l’inserimento nel quadro RW delle “valute virtuali”;


c) la modifica del d.l. 167/1990 operata per il tramite del d.lgs. 90/2017, ha esplicitamente inserito l’utilizzo delle “monete virtuali” tra le operazioni relative ai trasferimenti da e per l’estero, rilevanti ai fini del relativo monitoraggio ex art. 1 del d.l. 167/1990. L’art. 1 opera sotto un duplice profilo, oggettivo e soggettivo; sotto il profilo oggettivo, assoggetta espressamente al monitoraggio sia l’utilizzo delle valute virtuali, che l’utilizzo di “mezzi di pagamento” in genere (distinti dalle prime ex art. 1, comma 2, lett. “s” del d.lgs. 231/2007); sotto il profilo soggettivo, ai suddetti obblighi di monitoraggio sono tenuti, inoltre, sia gli operatori finanziari che gli operatori non finanziari;


d) dal complesso delle norme in vigore deriva una qualificazione fondata su una definizione “funzionale” dell’oggetto (ovvero teleologica e non meramente tipologica), che impone di ricondurre alle pertinenti forme (esistenti) di tassazione non già il mero possesso di valute virtuali in quanto tali, bensì il loro impiego e la loro utilizzazione entro il novero delle diverse operazioni possibili, coerentemente con la loro natura effettiva, che è – per l’appunto – “rappresentativa di valori” (sia pure scaturente da un riconoscimento pattizio e volontario dei soggetti che le utilizzano), che, a loro volta, sono costituiti da utilità economiche e giuridiche come tali valutabili e pertinenti al patrimonio del soggetto titolare, quindi espressivi di capacità contributiva;


e) l’accoglimento di una nozione “funzionale” della moneta virtuale, nei sensi che si sono indicati, comporta che è soggetta a tassazione non la moneta virtuale come mezzo finanziario in sé, ma l’utilizzo della moneta virtuale ai diversi fini che essa rende possibili (finanziari o di acquisto di beni e servizi, a seconda dei casi);


f) deve confermarsi, quindi, il metodo operativo (ovvero la riconduzione dell’utilizzo della moneta elettronica entro canoni giuridico-fiscali già esistenti) sotteso agli orientamenti dell’Agenzia delle Entrate che sono espressi ed approfonditi nella Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate nr. 72/E del 2016 e nell’Interpello nr. 956-39/2018;


g) conseguentemente l’utilizzo della moneta elettronica non costituisce “titolo” per la formazione di una particolare categoria di redditi, bensì questi ultimi derivano dall’impiego di moneta elettronica per finalità di investimento o di scambio di beni e servizi, con conseguente possibilità di realizzazione di plusvalenze o altri redditi tassabili in base alla loro natura;


h) in conclusione:


(i) non sono soggette a tassazione le operazioni a pronti, in quanto manca la finalità speculativa, salvo plusvalenze o minusvalenze allorquando la valuta derivi da prelievi da portafogli elettronici o “wallet”, per i quali la giacenza media superi i limiti indicati all’art. 67 TUIR, comma 1, lett. c-ter e comma 1 ter (euro 51.645,69);


(ii) sono soggetti a tassazione come redditi diversi di natura finanziaria, i redditi derivanti da cessioni a termine, ex art. 67 TUIR, comma 1, lett. c-ter;


(iii) sono soggetti a tassazione come redditi diversi di natura finanziaria quelli derivanti dalle operazioni sul mercato FOREX e CFD ex art. 67, comma 1, lett. c - quater) del TUIR;


(iv) se tali redditi sono percepiti da persona fisica al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, sono soggetti ad imposta con aliquota sostitutiva del 26%, e sono da indicarsi nel quadro RT del relativo Modello.


Il rinvio operato dal TAR all’art. 67 TUIR merita una ulteriore precisazione: nel caso in cui la criptovalute siano assimilabili a valute estere saranno imponibili esclusivamente quelle detenute nel wallet qualora abbiano un valore superiore a euro 51.645,69 per almeno sette giorni continuativi nel corso dell’anno fiscale. In tale evenienza, tutte le cripto custodite nel wallet saranno imponibili al momento della conversione o del prelievo.


Non troverebbe applicazione tale disciplina, invece, nel caso in cui le criptovalute siano detenute su un c.d. “cold wallet” fisico offline, ma la questione, allo stato, risulta ancora controversa e pare potersi ascrivere in quelle ipotesi di cui all’art. 10 dello Statuto del contribuente nel senso che “Le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria o quando si traduce in una mera violazione formale senza alcun debito di imposta”.


Ad ogni buon conto, pare potersi concludere, allo stato, che sono soggette a tassazione pari al 26% le plusvalenze derivanti dalla conversione di cripto moneta in valuta legale a condizione che:


(i) la giacenza complessiva nel wallet abbia superato per sette giorni lavorativi (ma nel caso dei mercati cripto sarebbero da considerare come giorni “consecutivi”) l’importo di euro 51.645,69;


(ii) avvenga un prelievo o trasferimento di valori in qualsiasi forma.



8. Riciclaggio e Abusivismo finanziario: Cass. pen., 25 settembre 2020, n. 26807


La Corte Suprema si è pronunciata in sede penale in una complessa vicenda relativa all’attività di cambiavalute virtuale svolta da una persona fisica in relazione a criptomonete.


All’imputato (che aveva già subito un sequestro preventivo emesso dal GIP per la somma di euro 206.442,32 in carte di debito, carte di credito, dispositivi elettronici e cellulari) venivano contestati i seguenti reati:


A) Riciclaggio di cui all’art. 648-bis c.p. ai sensi del quale “chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 5.000 euro a 25.000 euro”.


Come chiarito dalla giurisprudenza, il delitto di riciclaggio, sotto il profilo materiale, risulta integrato dal compimento di condotte volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità, e ciò anche attraverso operazioni che risultino tracciabili, in quanto l’accertamento o l’astratta individuabilità dell’origine delittuosa del bene non costituiscono l’evento del reato.


B) Abusivismo Finanziario di cui all’art. 166, comma 1, let. c) d.lgs. n. 58/1998 (TUF): “E’ punito con la reclusione da uno a otto anni e con la multa da euro 4.000 a euro 10.000 chiunque, senza esservi abilitato: a) svolge servizi o attività di investimento o di gestione collettiva del risparmio; b) offre in Italia quote o azioni di OICR; c) offre fuori sede, ovvero promuove o colloca mediante tecniche di comunicazione a distanza, prodotti finanziari o strumenti finanziari o servizi o attività di investimento; c-bis) svolge servizi di comunicazione dati”.


Il reato di abusivismo finanziario è un reato di pericolo presunto a tutela del corretto funzionamento del mercato, avente ad oggetto lo svolgimento di servizi o attività di investimento o di gestione di risparmi altrui, che esclude dall’area penalmente sanzionata il compimento di singoli atti occasionali, richiedendo, invece, una serie coordinata di atti rientranti nelle tipologie previste, secondo un concetto di professionalità in senso ampio, ed indirizzatial pubblico, nel limitato senso di soggetti quantitativamente non predeterminati; tuttavia, tali condotte possono essere poste in essere dal soggetto attivo nei confronti di un unico cliente, in quanto ciò non esclude che l’attività di prestazione di servizi finanziari abbia carattere di pubblicità e professionalità.


C) Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento di cui all’art. 493-ter c.p. “Chiunque al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 310 euro a 1.550 euro. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi”.


Con la precisazione che integra il delitto di indebita utilizzazione di carte di credito di cui all’ art. 55, comma 9, d.lgs. 21 novembre 2007, n. 231 (oggi art. 493-ter c.p.), e non quello di frode informatica ex art. 640-ter c.p., la condotta di colui che, ottenuti, senza realizzare frodi informatiche, i dati relativi ad una carta di debito o di credito, unitamente alla stessa tessera elettronica, la utilizzi indebitamente per effettuare prelievi di denaro.


Nella prospettazione dell’accusa il cambiavalute non si sarebbe limitato ad occuparsi di acquisto e cessione di criptovalute, ma si sarebbe inserito attivamente nella apertura di conti correnti sui quali confluivano i proventi delle truffe, che venivano poi utilizzati per le relative transazioni.


La Corte ha accertato che la vendita di Bitcoin veniva reclamizzata come una vera e propria proposta di investimento, tanto che sul sito ove veniva pubblicizzata si davano informazioni idonee a mettere i risparmiatori in grado di valutare se aderire o meno all’iniziativa, affermando che «chi ha scommesso in bitcoin in due anni ha guadagnato più del 97%».


Per la Corte, quindi, si tratta di attività soggetta agli adempimenti di cui agli artt. 91 e seguenti TUF, la cui omissione integra la sussistenza del reato di cui all’art. 166, comma 1, lett. c) TUF.