Osservazioni a Corte di Giustizia Europea, 18 dicembre 2014, causa C-449/13

Aggiornato il: 23 apr 2019

1. Premessa.

Tenuto conto della parte dispositiva della Sentenza della Corte di Giustizia Europea del 18 dicembre 2014 resa nella causa C-449/13 (ed avente ad oggetto un «Rinvio pregiudiziale – Tutela dei consumatori – Credito al consumo – Direttiva 2008/48/CE – Obbligo di fornire informazioni precontrattuali – Obbligo di verificare la solvibilità del debitore – Onere della prova – Modalità di prova») ([1]) si osserva quanto segue.


2. Le verifiche imposte al creditore sulla solvibilità del debitore ex art. 5 della direttiva 2008/48 rubricato «Informazioni precontrattuali».

In merito alla questione se la valutazione della solvibilità del consumatore possa essere effettuata sulla base delle sole informazioni fornite da quest’ultimo senza che venga realizzato un controllo effettivo di dette informazioni mediante altri elementi, la Corte rileva che la direttiva accorda un margine di discrezionalità al creditore al fine di stabilire se le informazioni di cui dispone siano sufficienti o meno per attestare la solvibilità del consumatore e se sia necessaria una verifica mediante altri elementi.

Così, il creditore può, sulla base delle circostanze del caso di specie, o accontentarsi delle informazioni che gli sono fornite dal consumatore o ritenere necessaria la conferma di tali informazioni (non si impone pertanto un controllo sistematico delle informazioni fornite dal consumatore), fermo restando che mere dichiarazioni non comprovate di un consumatore non possono, di per sé, essere considerate sufficienti se non sono corredate da documenti giustificativi.

In secondo luogo, la Corte osserva che dalla direttiva non emerge che la valutazione della situazione finanziaria e delle esigenze del consumatore debba essere compiuta prima di aver fornito chiarimenti adeguati.

Non sussiste, in via di principio, un nesso tra tali due obblighi precontrattuali. Il creditore può quindi dare chiarimenti al consumatore senza essere obbligato a valutare, preliminarmente, la solvibilità di quest’ultimo. Tuttavia, il creditore deve tener conto della valutazione della solvibilità del consumatore, ove tale valutazione renda necessario un adeguamento dei chiarimenti forniti.

Infine, la Corte precisa che gli obblighi di informazione devono, in ragione della loro stessa natura precontrattuale, essere adempiuti preliminarmente alla firma del contratto di credito, fermo restando che i chiarimenti non devono necessariamente essere forniti in un documento specifico, ma possono essere dati oralmente nel corso di un colloquio.

La Corte ricorda tuttavia che la forma nella quale i chiarimenti devono essere forniti al consumatore è questione che rientra nell’ambito del diritto nazionale.


3. Il difficile equilibrio in relazione alla distribuzione dell’onere della prova tra creditore e debitore relativamente all’assolvimento degli obblighi informativi precontrattuali.

La Corte dichiara che la direttiva non specifica quale sia il soggetto cui spetta provare che il creditore ha eseguito i suoi obblighi di informazione e di verifica della solvibilità, cosicché tale questione dipende dall’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro.

A tal proposito, è necessario che le norme del diritto nazionale non siano meno favorevoli di quelle che disciplinano situazioni simili di natura interna (principio di equivalenza) e che esse non rendano in pratica impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla direttiva (principio di effettività).

Se è vero che la Corte non nutre dubbi circa l’osservanza del principio di equivalenza nel caso di specie, essa ritiene tuttavia che il principio di effettività sarebbe compromesso se l’onere della prova della mancata esecuzione degli obblighi del creditore gravasse sul consumatore. Quest’ultimo, infatti, non dispone di mezzi che gli consentano di provare che il creditore non gli ha fornito le informazioni richieste e che lo stesso non ha verificato la sua solvibilità. Il principio di effettività è, invece, garantito laddove spetti al creditore dimostrare dinanzi al giudice la corretta esecuzione dei suoi obblighi precontrattuali: un creditore diligente deve infatti essere consapevole della necessità di raccogliere e conservare le prove dell’esecuzione dei suoi obblighi di fornire informazioni e chiarimenti.


4. La funzione della clausola tipo «io sottoscritto dichiaro di aver ricevuto la scheda contenente le informazioni europee di base e di aver preso conoscenza delle stesse».

Per quanto concerne la clausola tipo che figura in uno dei contratti di credito presi in esame dalla Corte, questa non può consentire al creditore di eludere i suoi obblighi. La clausola costituisce infatti un indizio che incombe al creditore avvalorare attraverso uno o più elementi di prova pertinenti.

Parimenti, il consumatore deve essere sempre in grado di dimostrare di non aver ricevuto la scheda prevista dalla clausola tipo o che essa non consentiva al creditore di adempiere gli obblighi di informazione precontrattuali ad esso incombenti.

La Corte precisa che, se una simile clausola comportasse il riconoscimento da parte del consumatore della piena e corretta esecuzione degli obblighi precontrattuali del creditore, essa determinerebbe un’inversione dell’onere della prova in grado di compromettere l’effettività dei diritti riconosciuti dalla direttiva.


5. L’eventuale opportunità di introdurre un’opzione tesa a offrire al consumatore una copertura assicurativa per il caso di ritardato, omesso o parziale adempimento da parte del dealer. La valutazione del comportamento contrattuale del consumatore che rifiuta di sottoscrivere la polizza a copertura del rischio di inadempimento.

Per quanto concerne questo specifico aspetto, in ragione della particolare natura di contratto collegato, il finanziamento finalizzato registra nella prassi una considerevole varietà di anomalie concernenti l’adempimento delle obbligazioni contrattuali in capo al dealer ovvero al cliente con, talvolta, contributi causali all’inadempimento ad opera di entrambi tali soggetti.

In termini generali, non pare che la sentenza in commento contribuisca ad un ripensamento o rimodulazione del canone di diligenza dell’intermediario per come già previsto dall’ordinamento interno, piuttosto essa ribadisce quanto finora consolidato dalla Giurisprudenza domestica, anche in ragione dei numerosi rinvii integrativi che la Corte effettua nei confronti degli ordinamenti dei Paesi membri.

Sotto diverso profilo, con l’intenzione di porsi in una prospettiva di razionalizzazione degli accordi contrattuali al fine della introduzione di specifici presidi a tutela della buona fede del creditore, non pare irragionevole una riflessione tesa a verificare l’eventuale opportunità di introdurre un’opzione tesa a offrire al consumatore una copertura assicurativa per il caso di ritardato, omesso o parziale adempimento da parte del dealer.

Infatti, il rapporto trilaterale tra creditore, dealer e consumatore vede, nel concreto, un flusso di denaro che parte dal primo soggetto verso il secondo, mentre è il cliente il soggetto obbligato alla restituzione in rate solo ove il dealer abbia adempiuto nei termini di legge e contrattuali.

Ciò espone, intuitivamente, il creditore a, quantomeno, due tipi di rischi piuttosto consistenti: da un lato, la circostanza che il dealer non adempia in termini le proprie obbligazioni contrattuali nei confronti del cliente, con conseguente frustrazione delle possibilità di incassare le rate di rimborso del finanziamento; dall’altro lato, l’assoluta mancanza sia di un controllo preventivo sulle obbligazioni contrattuali che il dealer assume nei confronti del cliente sia di un controllo successivo alla sottoscrizione e teso alla verifica e al monitoraggio dell’andamento delle condotte di adempimento.

Si consideri, infatti che il dealer e il cliente possono, nel momento della negoziazione del contratto di compravendita del bene finanziato, aggiungere clausole ad hoc introducendo obbligazioni non tipiche o clausole di risoluzione o termini essenziali che rimarranno sconosciute al creditore fino al momento dell’eventuale inadempimento delle stesse (denunciato o asserito dal cliente).

Inoltre, stante la natura tecnica di molti dei beni compravenduti per il tramite di finanziamenti concessi dal creditore (impianti fotovoltaici, etc.) l’intermediario di regola non potrà verificare gli adempimenti e saggiarne la bontà tecnica, se non attraverso l’assunzione di costi di monitoraggio talmente importanti da rendere l’attività esercitata come non remunerativa.

Pertanto, non pare fuori luogo offrire al cliente, in sede di sottoscrizione del contratto di finanziamento, una copertura assicurativa (specifica e ulteriore rispetto a quelle eventualmente indicate dalle condizioni generali di finanziamento) avente ad oggetto il rischio dell’inadempimento – per qualunque aspetto non di scarsa importanza – del dealer.

L’adesione del cliente all’offerta di tale copertura assicurativa in sede di sottoscrizione dovrebbe necessariamente avere natura facoltativa e un premio ragionevole in relazione all’evento che si intende assicurare.

Nel caso in cui il cliente rifiuti l’offerta, tale comportamento potrebbe avere delle conseguenze giuridiche – sotto il profilo della buona fede contrattuale – in sede di eventuale contenzioso che si dovesse instaurare a seguito di un inadempimento rilevante del dealer (anche se su questo aspetto, come facilmente intuibile, molto dipende dal concreto atteggiarsi dei fatti di causa e dalle risultanze probatorie).

L’adesione all’offerta di polizza da parte del cliente comporterebbe altresì il venir meno di alcuni profili problematici dal punto di vista giuridico e, di conseguenza, economico, fra i quali, i maggiori parrebbero essere i seguenti:

(i) il quesito relativo all’eventuale sussistenza in capo al creditore del dovere di attivarsi per impedire l’inadempimento del dealer ovvero minimizzare il rischio del suo verificarsi;

(ii) l’eventualità che possa essere sindacata la valutazione da parte del creditore circa l’idoneità del bene cui il finanziamento è finalizzato, ai concreti bisogni del cliente.


6. L’eventuale opportunità di introdurre contrattualmente un limite massimo di indennizzo per il caso di inadempimento del Dealer.

La possibilità di introdurre contrattualmente un limite massimo di indennizzo per il caso di inadempimento del dealer, parrebbe trovare un ostacolo non superabile nella lettera dell’art. 125-quinquies, secondo comma, t.u.b. laddove viene precisato che «la risoluzione del contratto di credito comporta l'obbligo del finanziatore di rimborsare al consumatore le rate già pagate, nonché ogni altro onere eventualmente applicato. La risoluzione del contratto di credito non comporta l'obbligo del consumatore di rimborsare al finanziatore l'importo che sia stato già versato al fornitore dei beni o dei servizi. Il fornitore ha diritto di ripetere detto importo nei confronti del fornitore stesso».

Il carattere non derogabile della norma in discorso parrebbe, dunque, escludere in radice ogni efficacia ad un eventuale diverso accordo tra le parti.

[1] Che qui di seguito si trascrive testualmente:

Per questi motivi, la Corte (Quarta Sezione) dichiara:

1) Le disposizioni della direttiva 2008/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2008, relativa ai contratti di credito ai consumatori e che abroga la direttiva 87/102/CEE, devono essere interpretate nel senso che:

– da una parte, ostano ad una normativa nazionale secondo la quale l’onere della prova della mancata esecuzione degli obblighi prescritti agli articoli 5 e 8 della direttiva 2008/48 grava sul consumatore e,

– dall’altra, ostano a che, in ragione di una clausola tipo, il giudice debba ritenere che il consumatore abbia riconosciuto la piena e corretta esecuzione degli obblighi precontrattuali incombenti al creditore, e tale clausola comporti quindi un’inversione dell’onere della prova dell’esecuzione di detti obblighi tale da compromettere l’effettività dei diritti riconosciuti dalla direttiva 2008/48.

2) L’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2008/48 dev’essere interpretato nel senso che, da un lato, non osta a che la valutazione della solvibilità del consumatore sia effettuata sulla base delle sole informazioni fornite da quest’ultimo, purché tali informazioni siano adeguate e le mere dichiarazioni del consumatore siano corredate da documenti giustificativi e, dall’altro, non impone al creditore di procedere a controlli sistematici delle informazioni fornite dal consumatore.

3) L’articolo 5, paragrafo 6, della direttiva 2008/48 dev’essere interpretato nel senso che, benché non osti a che il creditore fornisca chiarimenti adeguati al consumatore prima di aver valutato la sua situazione finanziaria e le sue esigenze, può però verificarsi che la valutazione della solvibilità del consumatore richieda un adattamento dei chiarimenti adeguati forniti, i quali devono essere comunicati al consumatore in tempo utile, preliminarmente alla firma del contratto di credito, senza tuttavia dover dar luogo alla redazione di un documento specifico.