Le procedure di regolazione della crisi e dell’insolvenza (Parte I°)

Il Titolo III del Codice (articoli da 26 a 55) attiene alle procedure giurisdizionali di regolazione della crisi e dell’insolvenza, che si rendono necessarie qualora non siano state esperite o non siano state concluse positivamente le soluzioni stragiudiziali.


Esso si compone di 4 Capi:

- il Capo I contiene norme in materia di giurisdizione (art. 26);

- il Capo II reca disposizioni in materia di competenza (artt. da 27 a 32);

- il Capo III ha ad oggetto previsioni sulla cessazione dell’attività del debitore (artt. da 33 a 36);

- il Capo IV regola l’accesso alle procedure di regolazione della crisi e dell’insolvenza (artt. da 37 a 55).


A differenza del Capo IV – che presenta un alto tasso di innovatività – le disposizioni dei primi tre Capi si muovono sostanzialmente in linea con le previsioni della legge fallimentare, sia pure con talune novità i cui tratti essenziali verranno qui evidenziati.


Giurisdizione


Il Capo I, composto dal solo art. 26, rubricato “giurisdizione italiana”, nel riprendere la regola già espressa dall’art. 9 della legge fallimentare - secondo cui l’imprenditore che ha all’estero la sede principale dell’impresa è soggetto alla giurisdizione italiana anche se è stata aperta una procedura concorsuale all’estero - la estende a tutte le procedure concorsuali regolate dal codice in esame (mentre oggi è prevista solo per la dichiarazione di fallimento all’estero).


Viene inoltre previsto che il tribunale, quando apre una procedura di insolvenza transfrontaliera ai sensi del Regolamento (UE) 2015/848 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 maggio 2015, deve dichiarare se la procedura è principale, secondaria o territoriale.


Si ricorda che in base all’art. 3 del Regolamento (UE) 2015/848, «sono competenti ad aprire la procedura d’insolvenza i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore» (procedura principale); se il centro degli interessi principali del debitore è situato nel territorio di uno Stato membro, i giudici di un altro Stato membro sono competenti ad aprire una procedura di insolvenza nei confronti del debitore solo se questi possiede una dipendenza nel territorio di tale altro Stato membro (procedura territoriale).


Gli effetti di tale procedura sono limitati ai beni del debitore che si trovano in tale territorio. Se è aperta una procedura d’insolvenza principale, le procedure d’insolvenza aperte successivamente in ragione di una dipendenza sono procedure secondarie di insolvenza. Il regolamento individua una serie di casi che giustificano l’apertura di una procedura territoriale prima della principale.


La previsione, coerente con un’osservazione espressa dalla Commissione Giustizia della Camera, dà attuazione alla legge delega, all’art. 2, comma 1, lettera f), che impone di recepire, ai fini della competenza territoriale, la nozione di centro degli interessi principali del debitore come definita dall’ordinamento dell’Unione europea.


Deve infatti ritenersi che tale disposizione si riferisca anche alla giurisdizione, considerato che l’attuale art. 9 l.fall., nonostante la rubrica reciti solo “Competenza”, disciplina entrambe.

La precisazione secondo la quale la giurisdizione sussiste in presenza di una dipendenza in Italia, mira a risolvere un contrasto interpretativo tra quanti in dottrina e giurisprudenza, ritengono che per radicare la giurisdizione sia sufficiente l’esistenza di beni in Italia e quanti ritengono che l’imprenditore debba avere in Italia una sede secondaria o una dipendenza, come previsto dal Regolamento n.848/2015, applicabile esclusivamente agli Stati membri dell’Unione europea.


Rispetto alla disciplina vigente, inoltre, il comma 2 prevede, come espressamente richiesto dalla Commissione Giustizia del Senato e come suggerito, nelle osservazioni, anche dall’omologa Commissione della Camera dei deputati, l’irrilevanza, anche ai fini della giurisdizione, del trasferimento del centro principale degli interessi all’estero nell’anno antecedente il deposito della domanda di accesso alla procedura o l’inizio della procedura di composizione della crisi, se anteriore; è stata inoltre eliminata la disposizione secondo la quale il trasferimento della sede dell’impresa all’estero non esclude la sussistenza della giurisdizione italiana se è avvenuto dopo il deposito della domanda di accesso alla procedura, in quanto meramente ripetitiva della regola generale stabilita dall’art. 5 del codice di procedura civile ed assorbita dall’espressa previsione dell’irrilevanza del trasferimento antecedente.


Il comma 3 fa salve le convenzioni internazionali e la normativa dell’Unione europea, che, in particolare, quanto al trasferimento della sede, sancisce, all’art. 3 del Regolamento n.848/2015, l’irrilevanza degli spostamenti avvenuti entro il periodo di tre mesi precedenti la domanda di apertura della procedura di insolvenza.


Infine, è previsto che il tribunale, quando apre una procedura di insolvenza transfrontaliera ai sensi del Regolamento (UE) 2015/848 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 maggio 2015, debba dichiarare se la procedura è principale, secondaria o territoriale. Si tratta di disposizione meramente confermativa di un obbligo che già deriva dal Regolamento.


Competenza


Con riferimento al Capo II, recante disposizioni in materia di competenza, si riportano i punti di maggiore novità introdotti dagli articoli 27-32 del Codice.


Art. 27 Competenza per materia e per territorio


La competenza per i procedimenti di accertamento della crisi e dell’insolvenza è sempre attribuita al tribunale, che è dunque competente per materia rispetto ad altri organi della giurisdizione ordinaria.


Allo stesso tribunale è attribuita la cognizione delle azioni che derivano dalla procedura, come attualmente prevede l’art. 24 della legge fallimentare.


Inoltre, in attuazione di uno specifico principio di delega (art. 2, comma 1, lettera n), è previsto che per i procedimenti di regolazione della crisi o dell’insolvenza e le controversie che ne derivano relativi alle imprese in amministrazione straordinaria e ai gruppi di imprese di rilevante dimensione sia competente il tribunale sede delle sezioni specializzate in materia di imprese di cui all’art. 1 del decreto legislativo 27 giugno 2003, n.168; per tutti gli altri procedimenti e per le controversie che ne derivano è competente il tribunale del luogo in cui il debitore ha il centro degli interessi principali.


Si stabilisce, inoltre, come previsto dall’art. 2, comma 1, lett. f), della legge delega, che la competenza spetta al tribunale del luogo ove si trova il centro degli interessi principali del debitore, definito nella stessa norma tenuto conto della categoria di appartenenza del debitore e individuato, in una prospettiva di semplificazione, attraverso il ricorso a presunzioni assolute.


Art. 28 Trasferimento del centro degli interessi principali


L’art. 28, in continuità con l’art. 9 della l. fall., prevede che il trasferimento del centro degli interessi principali del debitore, intervenuto nell’anno antecedente alla presentazione della domanda di regolazione concordata della crisi o dell’insolvenza o di apertura della liquidazione giudiziale o successivamente all’inizio della procedura di composizione assistita della crisi, se anteriore, sia irrilevante ai fini del radicamento della competenza per territorio.


Art. 29 Incompetenza


L’art. 29 prevede che il provvedimento con cui il tribunale dichiara la propria incompetenza sia reso con ordinanza che indica anche il giudice competente; questi, trattandosi di competenza inderogabile, può sollevare, d’ufficio, regolamento di competenza nel rispetto delle previsioni di cui all’art. 45 c.p.c..


Art. 30 Conflitto positivo di competenza


L’art. 30 si occupa dei conflitti positivi di competenza risolti a favore del tribunale che si è pronunciato per primo.


Il giudice che si è successivamente pronunciato e che intenda contestare la competenza del primo, deve sollevare il regolamento di competenza. Altrimenti, in una linea di continuità con il r.d. n. 267 del 1942, egli trasmetterà gli atti al primo giudice.


Art. 31 Salvezza degli effetti


L’art. 31, in continuità con l’art. 9-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, si occupa di regolare gli effetti degli atti compiuti nel procedimento di regolazione della crisi aperto davanti al tribunale poi rivelatosi incompetente.


La soluzione adottata, anche per garantire e tutelare l’affidamento dei terzi, è quella di assicurare che gli effetti degli atti compiuti si conservino anche davanti al giudice competente.


Art. 32 Competenza sulle azioni che derivano dall’apertura delle procedure di liquidazione


L’art. 32 sancisce che il tribunale che ha aperto le procedure di liquidazione giudiziale è competente per tutte le liti che ne derivano, secondo la formulazione corrispondente a quella contenuta nel regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, interpretata da tempo in modo univoco. La tecnica enunciativa al «plurale» contenuta nella disposizione vuole precisare che identica regola già vigente per il fallimento debba applicarsi anche alla procedura liquidatoria del debitore sovraindebitato.


Il radicamento della competenza per le cause dipendenti davanti al tribunale che ha aperto la liquidazione impone che, in caso di successiva dichiarazione di incompetenza di un tribunale davanti al quale siano state erroneamente avviate liti dipendenti, queste debbano essere riassunte nel termine di non oltre trenta giorni davanti al giudice competente quale giudice speciale del concorso, ai sensi dell’art. 50 del codice di procedura civile.


Art. 33 Cessazione dell’attività


L’art. 33 sostituisce l’art. 10 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267.

Rispetto al sistema vigente è stata prevista una regola unica per l’imprenditore collettivo e per quello individuale, che è quella di consentire l’apertura della procedura di liquidazione del debitore che abbia cessato l’attività di impresa da non oltre un anno.


Allo scopo di colmare una lacuna che aveva dato luogo a svariati dubbi interpretativi, si stabilisce che, per il debitore non iscritto, la cessazione coincide con il momento in cui i terzi ne acquisiscono la conoscenza, secondo un principio omogeneo ad una regola di opponibilità già prevista nel codice civile.


Per agevolare il processo di notificazione di eventuali iniziative adottate da terzi, si fa obbligo all’imprenditore di mantenere operativo l’indirizzo di posta elettronica certificata per un anno, che decorre dalla cancellazione, come previsto dalla legge delega.


Per risolvere una questione che si era posta nel regime attuale, si specifica, poi, che l’imprenditore cancellato dal registro delle imprese non può fare ricorso né al concordato preventivo, né all’accordo di ristrutturazione, con conseguente inammissibilità della domanda presentata.


Art. 34 Apertura della liquidazione giudiziale del debitore defunto


L’art. 34 sostituisce l’art. 11 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, sovrapponendosi quasi interamente ad esso, salva la precisazione contenuta nel comma 3, dove si prevede, nel chiaro intento di accrescere il bagaglio informativo del tribunale, che l’erede che chiede l’apertura della liquidazione giudiziale, pur non essendo soggetto agli obblighi di deposito della documentazione, è comunque tenuto a presentare una relazione sulla situazione economico-patrimoniale.


Art. 35 Morte del debitore


L’art. 35 non si discosta dalla disciplina già dettata dal r.d. n. 267/1942 e prevede che, nell’ipotesi di morte del debitore dopo l’apertura della procedura di liquidazione concorsuale, questa prosegue nei confronti degli eredi, anche se hanno accettato l’eredità con beneficio di inventario. Nel caso di più eredi, la procedura prosegue nei confronti del rappresentante, che può essere designato, in assenza di accordo, dal giudice delegato.


Art. 36 Eredità giacente ed istituzione di erede sotto condizione sospensiva


Quando il chiamato non ha accettato l’eredità e non è nel possesso di beni ereditari, la procedura procede nei confronti del curatore dell’eredità giacente, come già prevede l’art. 12 l.fall.; mentre, nel caso in cui l’erede sia istituito sotto condizione sospensiva o l’erede o il legatario non adempie l’obbligo di prestare la garanzia, la procedura procede nei confronti dell’amministratore nominato a norma dell’art. 642 del codice civile.