La risoluzione del contratto di credito al consumo ex art. 125-quinquies t.u.b.

Aggiornato il: 23 apr 2019

La risoluzione del contratto di credito al consumo ex art. 125-quinquies t.u.b. e l’equilibrio dei rapporti contrattuali tra finanziatore e dealer.


1. L’articolo 125-quinquies t.u.b. prevede, al comma 1, che “nei contratti di credito collegati, in caso di inadempimento da parte del fornitore dei beni o dei servizi il consumatore, dopo aver inutilmente effettuato la costituzione in mora del fornitore, ha diritto alla risoluzione del contratto di credito, se con riferimento al contratto di fornitura di beni o servizi ricorrono le condizioni di cui all’art. 1455 c.c..

Sino a questo punto la norma si limita a prevedere che il consumatore ha diritto ad ottenere la risoluzione del contratto di finanziamento in caso di inadempimento del fornitore al contratto di fornitura, ove ricorrano le circostanze indicate dalla disposizione (non scarsa importanza dell’inadempimento e messa in mora).

La norma non precisa, tuttavia, il momento esatto in cui si verifica la risoluzione.

Secondo le regole ordinarie, per aversi risoluzione deve sussistere una pronuncia del giudice (v. la fattispecie disciplinata dall’art. 1453 c.c.; risoluzione c.d. “giudiziale”) o il decorso del termine, in caso di diffida ad adempiere entro un lasso di tempo non inferiore a quindici giorni (v. la fattispecie disciplinata dall’art. 1454 c.c.: risoluzione c.d. “di diritto”) oppure il verificarsi di un evento dedotto dalle parti nel contratto (v. la fattispecie disciplinata dall’art. 1456 c.c.: parimenti risoluzione c.d. “di diritto”).

Già questa semplice disamina consente di comprendere come non necessariamente la risoluzione si concretizzi solo a seguito di una sentenza costituiva emessa al termine di un accertamento giudiziale ([1]).

2. Nonostante la possibilità di disciplinare il momento risolutivo sulla base di regole dettagliate (del tipo di quelle previste dal codice civile), il legislatore del 2010 non ha, tuttavia, introdotto nel t.u.b. una specifica disposizione al riguardo.

Lo stesso legislatore si è, infatti, limitato (dopo aver stabilito nel primo comma dell’art. 125-quinquies t.u.b. che la risoluzione segue un inadempimento non grave e la messa in mora) a precisare (nel comma 2 dell’art. 125-quinquies c.c.) le conseguenze dell’inadempimento e segnatamente (i) l’obbligo del finanziatore di rimborsare al consumatore le rate già pagate e gli altri oneri e (ii) l’esonero per il medesimo consumatore dall’obbligo di rimborsare al finanziatore l’importo già versato da questi al fornitore (atteso che grava sul finanziatore l’onere di ripetere detto importo nei confronti del fornitore).

3. Lo schema scelto dal legislatore riserva, dunque, un ruolo di favore al consumatore, reputato parte debole della vicenda nel senso che la nuova normativa ha sensibilmente spostato l’equilibrio sinallagmatico in favore del cliente. Al consumatore spetta di valutare quando la mancata o inesatta prestazione del fornitore configuri inadempimento, di mettere in mora lo stesso fornitore e di pretendere la risoluzione del contratto.

Una posizione intermedia è quella del fornitore, che può vedersi eccepito l’inadempimento e dovrà poi sottostare all’eventuale azione di recupero promossa dal finanziatore.

Il ruolo più disagiato è, infine, quello del finanziatore, che resta parte estranea al rapporto contrattuale di fornitura ed è costretto, da un lato, a subire passivamente le vicende di tale contratto (non potendo, in particolare in sede di ABF, difendersi dalle pretese del cliente su posizioni simmetriche) e, dall’altro, a sostenere l’onere del recupero della somma erogata nei confronti del finanziatore.

4. Nonostante la relativa chiarezza di questo schema, resta, tuttavia, sempre incerto il momento del verificarsi della “risoluzione”.

Lo schema, ed il tenore letterale della disciplina, sono compatibili con diverse possibili ricostruzioni, tra cui quella per cui la risoluzione si determina trascorso il periodo di messa in mora e quella per cui la risoluzione si verifica, invece, nel momento in cui un giudice accerta, all’esito di un giudizio, l’intervenuto scioglimento del contratto.

Tale seconda soluzione sembrerebbe, a rigore, la più tutelante per tutte le parti (solo l’accertamento della risoluzione da parte del giudice può sgombrare il campo degli elementi di incertezza che determina la decisione di assegnare rilevanza, nell’ambito di un rapporto trilaterale, esclusivamente alla determinazione di una parte, assunta sulla base di una qualificazione personale del comportamento di una delle altre parti, e senza che queste ultime abbiamo cognizione completa degli eventi occorsi).

Per converso, tuttavia, una soluzione che si affidasse alla necessaria decisione del giudice rischierebbe di scontare i tempi della giustizia e di lasciare esposto il consumatore all’impossibilità di ripetere per lungo tempo quanto versato al finanziatore a fronte di un inadempimento anche grave del fornitore.

Per questa ragione la dottrina appare orientata a qualificare la risoluzione ex art. 125-quinquies, comma 1, t.u.b. come risoluzione di diritto (di genere analogo a quella di cui all’art. 1453 c.c.): si afferma, ad esempio, che è “stabilito che il consumatore possa liberarsi dal contratto di credito dopo aver inutilmente costituito in mora il fornitore” ([2]); nello stesso senso appare orientata la giurisprudenza (sia pure con pronunciamenti a livello di obiter dicta) dell’ABF ([3]).

A tale proposito vanno segnalati anche (i) il diverso tenore letterale dell’attuale disciplina rispetto alla previgente (l’art. 125-quinquies, comma 1, t.u.b. recita: “il consumatore, dopo aver inutilmente effettuato la costituzione in mora del fornitore, ha diritto alla risoluzione del contratto di credito”, mentre il precedente art. 42 cod. cons. stabiliva che “nei casi di inadempimento del fornitore di beni e servizi, il consumatore […] ha diritto di agire contro il finanziatore”); (ii) la differente formulazione del comma 3 dell’art. 125-quinquies t.u.b. per il caso della locazione finanziaria (leasing): “il consumatore, dopo aver inutilmente effettuato la costituzione in mora del fornitore dei beni o dei servizi, può chiedere al finanziatore di agire per la risoluzione del contratto. La richiesta al fornitore determina la sospensione del pagamento dei canoni. La risoluzione del contratto di fornitura determina la risoluzione di diritto, senza penalità e oneri, del contratto di locazione finanziaria” (che, a parte l’ambiguo richiamo alla “risoluzione di diritto”, sembrerebbe postulare una diversa fattispecie di risoluzione giudiziale, a seguito di accertamento da parte del giudice dell’intervenuto scioglimento del contratto all’esito dell’“azione” promossa dal finanziatore).

Per completezza si ricorda, infine, che per la dottrina prevalente la risoluzione di diritto non si verifica al tempo dell’inadempimento, ma alla scadenza del termine concesso dal creditore per adempiere ([4]).

5. Tenuta presente la ratio della disciplina degli artt. 125 ss. t.u.b, che pone al centro la figura del consumatore, pare, nel caso di specie, più conforme alla ratio legis (nonché più coerente con i dati letterali sopra segnalati) l’interpretazione che reputa la risoluzione ex art. 125-quinquies, comma 1, t.u.b. quale effetto che si verifica “di diritto” decorso il termine di messa in mora da parte del consumatore.

Questa interpretazione subisce, peraltro, una correzione di fatto, a seguito dell’applicazione dello stesso comma 1, ultima parte, ove si dispone che la risoluzione si verifica solo se “ricorrono le condizioni di cui all’art. 1455 c.c.”.

La risoluzione, per quanto invocata dal cliente, presuppone infatti, comunque, nella maggior parte dei casi, l’accertamento giudiziale della sussistenza delle condizioni di cui all’art. 1455 c.c. ([5]).

Conseguentemente, il finanziatore (anche all’esito dell’eventuale giudizio per sé negativo innanzi all’ABF), potrà trasferire la vertenza in sede giudiziale, eccependo che la risoluzione non si è verificata perché l’inadempimento del fornitore non è di grave importanza, con la possibilità di trasformare, di fatto, una vicenda di risoluzione “di diritto” in una vicenda di risoluzione “giudiziale” ([6]).

Evidentemente questa interpretazione non può, peraltro, che esporre l’intermediario al rischio di non rispettare la decisione dell’ABF (ove negativa) sino al termine del giudizio di merito oppure al rischio di rimborsare le rate al cliente e di doverle poi ripetere in caso di giudizio favorevole in sede giudiziale.

Vero è, peraltro, che l’intermediario potrebbe tentare di eccepire sistematicamente, nelle proprie memorie innanzi all’ABF, da un lato, che tale organo non è né naturalmente deputato né adeguatamente dotato a svolgere complesse indagini in fatto finalizzate a verificare la gravità o meno degli asseriti inadempimenti dei dealer – scrutinio per il quale sarebbe necessaria un’ampia istruttoria in contradditorio tra le parti – e, dall’altro, il vistoso profilo di illegittimità risultante, nell’ambito di un procedimento necessariamente ispirato al principio del contraddittorio, dalla manifesta disparità tra la posizione del cliente, che è in grado di documentare in modo dettagliato le proprie affermazioni, e il finanziatore, cui, per converso, è sostanzialmente preclusa possibilità di replicare adeguatamente alle stesse.

6. Ad ogni modo, vale la pena di evidenziare che, secondo l’orientamento giurisprudenziale consolidato (riferito alla “risoluzione di dirittoex art. 1453 c.c., ma con valore estensibile anche alla tipologia di “risoluzione di diritto” disciplinata dall’art. 125-quinquies t.u.b.), “l’azione di risoluzione del contratto per inadempimento e la relativa azione risarcitoria hanno differenti presupposti applicativi, perché la prima esige che l’inadempimento di una delle parti non sia di scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra, mentre l’azione risarcitoria presuppone che l’inesatta esecuzione della prestazione abbia prodotto al creditore un danno” ([7]), con la conseguenza che, anche ove il cliente possa pretendere che si sia prodotta una risoluzione di diritto a seguito del mero inadempimento del fornitore, tale circostanza non potrà di per sé mai dirsi sufficiente a dimostrare il verificarsi di un danno risarcibile a favore del cliente medesimo, danno che dovrà, viceversa, se del caso, essere fatto oggetto di accertamento giudiziale e, comunque, venire imputato al soggetto in colpa e, dunque, al fornitore.

Sotto tale ultimo profilo, non può prescindersi dalla considerazione della natura “trilaterale” del contratto di finanziamento finalizzato, la quale coinvolge, sul piano delle reciproche obbligazioni, il fornitore, il cliente e il finanziatore.

In considerazione della circostanza che gli inadempimenti del fornitore per come lamentati dai clienti (siano gli stessi fondati o non) comportano la responsabilità patrimoniale dell’intermediario nei termini appena evidenziati, pare opportuno verificare la possibilità da parte degli intermediari di procedere ad alcune revisioni e/o integrazioni dell’accordo di convenzionamento intercorrente tra l’intermediario e il dealer.

Appare, infatti, parziale ed inefficiente un approccio tendente a “riequilibrare” i rapporti contrattuali sul solo versante finanziatore-cliente, omettendo ogni considerazione sul parallelo rapporto finanziatore-dealer in ragione delle strette connessioni ed interdipendenze.

A questo riguardo il contratto tra l’intermediario e il fornitore potrebbe, se del caso, venire integrato con una clausola che chiarisca che le spese legali e i danni da inadempimento, conseguenti alle azioni promosse dai clienti, vanno poste a carico del fornitore, il quale deve sopportarle (unitamente all’eventuale restituzione delle rate già corrisposte) a seguito del provvedimento che chiude il giudizio (ABF e/o ordinario).

Sembra, cioè, opportuno disciplinare un meccanismo contrattuale teso ad imporre al fornitore, in primo luogo, l’obbligo di comunicare all’intermediario l’eventuale intervenuta diffida da parte del cliente entro un termine perentorio e, in secondo luogo, ove il cliente agisca in giudizio per richiedere la restituzione delle rate già corrisposte (oltre alla risoluzione del contratto di finanziamento per inadempimento del dealer), prevedere l’automatica chiamata in garanzia del dealer stesso in tale procedimento al fine di ottenere in via immediata una manleva diretta a seguito dell’eventuale adozione di un provvedimento negativo per il finanziatore ([8]).

Ai fini della strutturazione della concreta disciplina di tale rapporto di garanzia e manleva molto dipende, attualmente, dal contenuto degli accordi commerciali già in essere con i vari convenzionati e, in prospettiva, dai margini di negoziazione con i fornitori; potrebbe, pertanto, anche ipotizzarsi la redazione di accordi di convenzionamento diversi a seconda delle controparti e/o del settore di mercato interessato dal finanziamento (fornitura di pannelli solari, autoveicoli, servizi, ecc.).

7. Ad ogni modo, a prescindere dalla strutturazione degli accordi contrattuali con i dealer, e tornando ai rapporti con il cliente, la ricostruzione sopra illustrata (risoluzione ex art. 125-quinquies t.u.b. come risoluzione “di diritto”), se può venire mitigata – come detto – sul piano fattuale dalla circostanza che la questione relativa alla risoluzione può risultare trasferita in sede (di ABF prima e poi) giudiziale, ha, tuttavia, un forte impatto ai fini della soluzione del secondo quesito, e cioè se possa qualificarsi come legittima una clausola che sposti il tempo del verificarsi della risoluzione ad un momento diverso rispetto a quello del decorso del termine di messa in mora (ad esempio, al momento dell’accertamento giudiziale dell’inadempimento).

La disciplina di legge non appare, infatti, derogabile unilateralmente dal finanziatore, atteso il disposto dell’art. 127, comma 1, t.u.b., ai sensi del quale “le disposizioni del presente titolo [tra cui rientra anche la norma dell’art. 125-quinquies t.u.b.] solo derogabili solo in senso più favorevole al cliente”.

È, dunque, verosimile che una clausola del genere indicato, che miri a riposizionare le responsabilità contrattuali del cliente e dell’intermediario, ristabilendo l’equilibrio sinallagmatico che la nuova normativa sembra avere spostato, gravando però oltremodo la posizione dell’intermediario possa essere riconosciuta come invalida.

8. Va anche menzionato, tuttavia, che, all’atto della strutturazione di specifiche clausole, si imporrebbe di approfondire il tema di quali tra queste possano essere intese come “derogatorie” e quali, invece, possano essere più limitatamente qualificate come variazioni che precisano i doveri delle parti (il tema potrebbe, ad esempio, porsi per una clausola che imponga al cliente di procedere alla messa in mora del fornitore “tempestivamente” rispetto al tempo della rilevazione dell’inadempimento di quest’ultimo).

Come noto, l’inderogabilità non è oggetto di una specifica definizione legislativa e il richiamo al concetto che vi è sotteso si traduce in una espressione diversa, quella di “norma imperativa”, che rende nullo il contratto (ex art. 1418 c.c.) o illecita la causa che vi contrasti (ex art. 1343 c.c.).

Il dato comune è, comunque, costituito dal rapporto di sovraordinazione della norma inderogabile rispetto alla diversa “fonte” con la quale essa viene misurata, nel senso che la prima si impone anche nel silenzio della seconda e, soprattutto, che a quest’ultima è inibito di regolare in modo difforme la materia regolata dalla prima. Ciò diversamente da quanto accade per la norma meramente dispositiva o derogabile, che non risulta condizionata da alcuna forma di controllo sugli obiettivi, salva la generale meritevolezza degli interessi ai sensi dell’art. 1322 c.c.

La migliore dottrina che si interroga sul fondamento dell’inderogabilità pone in rilievo, appunto, il profilo degli “interessi” protetti dalla norma. Tradizionalmente una disposizione viene considerata inderogabile quando è posta a tutela di interessi generali oppure di interessi di una delle parti del rapporto privatistico giudicata particolarmente debole ([9]).

La protezione del contraente debole attraverso la normativa inderogabile mira, infatti, al riequilibrio (reputato di interesse generale) di una asimmetria contrattuale altrimenti ineliminabile

Poiché, tuttavia, in un ordinamento liberale il principio di fondo è quello per cui la norma va intesa come inderogabile salvo che non si possa dimostrare il contrario, si può (necessariamente, in questa sede, in via di sintesi) concludere che di inderogabilità può parlarsi esclusivamente se – e sino al punto in cui – sussista un’effettiva asimmetria di posizioni e, dunque, l’esigenza di tutela di una parte reputata debole ([10]).

Viceversa, qualora la parte debole si collochi in posizione non disparitaria, l’esigenza di una tutela forte viene meno e tornano a prendere vigore le regole ordinarie, basate sulla possibilità per le parti di disciplinare autonomamente l’assetto dei propri interessi.

Conseguentemente, l’introduzione nei contratti di clausole che “integrino” la disciplina legale (prevedendo, ad esempio, termini intesi a facilitare la procedura contrattuale attraverso l’imposizione di obblighi di segnalazione tempestiva di accadimenti) dovrebbe essere legittimamente intesa come una variazione (non derogatoria, ma), appunto, integrativa rispetto alla disciplina di legge.

9. Resterebbe da esaminare il tema delle conseguenze dell’eventuale accertamento dell’invalidità conseguente alla violazione di una norma (qualificata come) inderogabile, che potrebbero (ove non eccessivamente gravose) indurre l’intermediario a valutare se inserire comunque nel contratto di finanziamento una clausola derogatoria, con, da un lato, il rischio di un accertamento giudiziale dell’invalidità, ma, dall’altro, il vantaggio di poter invocare la sua vigenza sino a che essa non venga dichiarata invalida.

La soluzione più equilibrata appare quella per cui, ove la clausola invalida possa essere ricostruita come una clausola dotata di una propria autonomia, la stessa, se annullata, verrebbe sostituita dalla clausola legale. Se, viceversa, il contenuto della clausola invalida può essere giudicato come inscindibile rispetto alle altre clausole contenute nel contratto, la sostituzione dovrebbe riguardare tutte le clausole inscindibilmente connesse ([11]).

10. In conclusione, dunque, potrebbe prendersi in considerazione l’ipotesi di introdurre nel contratto di finanziamento dell’intermediario di una clausola atteggiata nei termini precisati, con la consapevolezza, tuttavia, della possibile limitata tenuta (per le ragioni sopra descritte) della stessa.

11. Maggiore tenuta potrebbe, invece, assumere una clausola con la quale l’intermediario, da un lato, si dichiari disposto, a seguito del semplice inadempimento del fornitore (o della eventuale decisione dell’ABF) a rimborsare le rate, ma, dall’altro, precisi che nessuna spesa (legale o altro) e/o danno è ad essa addebitabile in relazione all’inadempimento del fornitore.




[1] Del resto, il monopolio della risoluzione giudiziale è ormai superato anche nel nostro ordinamento e la possibilità, data alla parte pregiudicata dall'inadempimento grave dell'altro contraente, di liberarsi rapidamente del rapporto contrattuale, costituisce, per essa, qualcosa di molto vantaggioso proprio in quanto, sciogliendo « il vincolo e concludendo un contratto sostitutivo (...) può ridurre il danno derivante dall'inadempimento e con esso il rischio che la tutela offerta dal rimedio risarcitorio si riveli inefficace » (M. Dellacasa, La nuova résolution du contrat pour inexécution, ovvero come aggiornare la tradizione, Riv. dir. civ., 2017, 1554; G. Grisi, Responsabilità e risoluzione del contratto, in Eur. dir. priv., 2018, 1129).


[2] Così L. La Rocca, in Aa. Vv., Commentario al Testo Unico delle legge in materia bancaria e creditizia, diretto da F. Capriglione, t. III, sub art. 125-quinquies, 3a ed., Assago, 2012, p. 1912; R.A. Maugeri, in Aa. Vv., Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia. D. lgs. 1° settembre 1993, n. 385 e successive modificazioni, a cura di C. Costa, t. II, sub art. 125-quinquies, Torino, 2014, p. 1464 s.


[3] V. ad es. Collegio di Roma, decisione n. 1346 del 12 marzo 2013: “l’inadempimento del fornitore […] determina in capo al ricorrente il diritto alla risoluzione del contratto di credito


[4] Per tutti v. F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, 16a ed., Napoli, 2013, p. 1029: “scaduto invano tale termine, il contratto è automaticamente risolto”.


[5] si nota anche in dottrina, a livello generale, che spesso “il giudice potrà essere chiamato a risolvere una controversia in ordine all’avvenuta risoluzione di diritto del contratto”: F. Gazzoni, Manuale, cit., p. 1030; ancora più chiaramente A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 45a ed., a cura di G. Trabucchi, p. 726 s., evidenzia che “passato il termine senza che la controparte […] ponga eccezioni al diritto del diffidante, la risoluzione avviene ipso iure, cioè senza intervento del giudice”, per cui se c’è contestazione la risoluzione diviene alla fine “giudiziale”, sia pure all’esito di una sentenza non costitutiva, ma di mero accertamento.


[6] Lo nota, ad esempio, F. Di Camillo, Credito al consumo e collegamento negoziale tra finanziamento e vendita, giugno 2012, reperibile su www.altalex.it: “il legame che avvince funzionalmente la posizione creditoria del finanziatore alla realizzazione effettiva dell’interesse del compratore [rimane condizionato] alla valutazione dell’importanza dell’inadempimento del venditore”.


[7] Per tutte Cass., 20 agosto 2009, n. 18515.


[8] Il contenuto delle clausole potrebbe essere vario: ad esempio, potrebbe prevedersi l’obbligo per il dealer di contestare gli addebiti del cliente entro il termine di messa in mora (in particolare, la non gravità dell’inadempimento), di mettere a disposizione dell’intermediario la documentazione relativa alla pratica, di farsi espressamente carico delle spese legali che l’intermediario sia stato costretto a pagare nel corso del giudizio, etc.


[9] V. sempre F. Gazzoni, Manuale, cit., p. 14.


[10] Cfr. in proposito, ad esempio, ex multis, F. Cammilletti, Profili del problema dell’equilibrio contrattuale, Milano, 2009, 165: “ai fini della vessatorietà della clausola, è richiesto che lo squilibrio sia significativo, in quanto le alterazioni contrattuali che non incidono in modo sostanziale sulla posizione del consumatore non incorrono nella sanzione dell’inefficacia


[11] Cfr. in proposito A. Spena, in Aa.Vv., Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, v. II, sub art. 127, a cura di F. Belli e altri, Bologna-Roma, 2003, p. 2081.