Dealers, Agenti in attività finanziaria e loro compenso

Aggiornato il: 23 apr 2019


1. Premessa

In tempi recenti si assiste alla particolare tendenza di numerosi intermediari finanziari nel senso di avvalersi di tutti i soggetti abilitati all’intermediazione previsti dalla vigente normativa in tema di distribuzione di prodotti finanziari.

Sotto il profilo della remunerazione di tali soggetti, l’aspetto che si reputa necessario chiarire preventivamente è quello differenziale tra la figura dell’agente (configurato a tutti gli effetti come collaboratore tramite la sottoscrizione di un apposito mandato di agenzia) e quella degli altri collaboratori meglio identificabili come «clienti» (e.g. dealers, mediatori, reti bancarie), ai quali viene riconosciuta una provvigione direttamente correlata alla sola attività di intermediazione finanziaria.

La tendenza degli operatori è quella di qualificare e regolamentare il rapporto con gli agenti rendendolo prossimo a quello di un dipendente e, pertanto, riconducendolo alla disciplina e ai controlli della relazione laburistica, optando, per converso, a mantenere nettamente distinta la regolamentazione, gestione e remunerazione delle figure terze.

Sotto un diverso profilo, appare necessario fare chiarezza sulla regolamentazione retributiva distinguendola da altre forme compensative, quali, a titolo d’esempio, quelle di ristoro per costi sostenuti anche a titolo di avviamento. Si pone conseguentemente il quesito circa la possibilità di differenziare la qualifica di compenso da intermediazione da quella di un differente corrispettivo, prevedendo per le sole figure agenziali la possibilità di riconoscere ab origine, in alternativa almeno annualmente, una misura retributiva che formalizzi un compenso calcolato sui volumi intermediati e/o sulla qualità del portafoglio valorizzata su parametri predefiniti ricomprendendo anche riconoscimenti per il collocamento di eventuali servizi accessori.

Il quesito sconta la sussistenza di accordi contrattuali in essere tra i soggetti richiamati, oltre alle eventuali politiche di remunerazione adottate anche a livello di gruppo.

Risulta piuttosto comune che per la distribuzione dei propri prodotti gli intermediari oltre ad avere alcuni sportelli sul territorio con personale dipendente, si avvalgono di ulteriori intermediari bancari o finanziari, di intermediari del credito e di esercenti fornitori di beni o servizi quali le banche del gruppo di appartenenza (rete «captive»), gli agenti in attività finanziaria, gli intermediari del credito, i fornitori di beni e/o servizi convenzionati (dealers).

I collaboratori esterni che operano su mandato diretto degli intermediari, ovvero gli agenti in attività finanziaria, in termini generali, percepiscono un compenso (componente «ricorrente» della remunerazione) calcolato sulla base dei volumi intermediati e sulla qualità del portafoglio crediti sviluppato, oltre a ulteriori compensi per il collocamento di servizi accessori, mentre non sono generalmente previste componenti «non ricorrenti» della remunerazione.


2. Il contratto di agenzia e la parasubordinazione dell’Agente nella disciplina di diritto positivo e nei rapporti con l’intermediario.

L’art. 1742 c.c. dispone che “col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti in una zona determinata”.

Tale norma (e i successivi articoli codicistici che completano la disciplina) ([1]) va coordinata con l’art. 128-quater t.u.b. ai sensi del quale è “agente in attività finanziaria il soggetto che promuove e conclude contratti relativi alla concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma o alla prestazione di servizi di pagamento, su mandato diretto di intermediari finanziari”.

Nell’ambito della normativa di diritto processuale, occorre menzionare l’art. 409 c.p.c., ai sensi del quale le disposizioni relative alle controversie aventi ad oggetto i rapporti di lavoro subordinato trovano applicazione anche nel caso di “rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”.

Già il complesso di tali tre norme vale ad indicare i tre tratti caratteristici del rapporto di agenzia: (i) la continuità della prestazione lavorativa; (ii) il coordinamento della prestazione da parte del preponente; (iii) la prevalenza della prestazione personale.

Il requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente è, peraltro, configurabile anche nel caso in cui il preposto associ alla propria prestazione personale di agente una ulteriore prestazione, costituita dall’attività di coordinamento di altri agenti dello stesso preponente (ai cui scopi è funzionale tale ulteriore attività) e compensata con una percentuale sulle provvigioni dovute agli agenti coordinati ([2]).

Le descritte prerogative consentono di distinguere il contratto di agenzia da figure parzialmente affini, quali il procacciatore d’affari e il dipendente subordinato.

Quanto alla prima distinzione – pur nella consapevolezza che il procacciatore d’affari presenta notevoli affinità con l’agente, in quanto è un collaboratore che agisce nell’interesse esclusivo di una delle parti, operando per promuovere la conclusione di contratti ([3]) – è stato precisato che caratteri distintivi del contratto di agenzia sono la continuità e la stabilità dell’attività dell’agente di promuovere la conclusione di contratti per conto del preponente nell’ambito di una determinata sfera territoriale, realizzando in tal modo con quest’ultimo una non episodica collaborazione professionale autonoma con risultato a proprio rischio e con l’obbligo naturale di osservare, oltre alle norme di correttezza e di lealtà, le istruzioni ricevute dal preponente medesimo; invece, il rapporto di procacciatore d’affari si concreta nella più limitata attività di chi, senza vincolo di stabilità ed in via del tutto episodica, raccoglie le ordinazioni dei clienti, trasmettendole all’imprenditore da cui ha ricevuto l’incarico di procurare tali commissioni cosicché mentre la prestazione dell’agente è stabile, avendo egli l’obbligo di svolgere l’attività di promozione dei contratti, la prestazione del procacciatore è occasionale nel senso che dipende esclusivamente dalla sua iniziativa” ([4]).

Quanto, invece, alla distinzione dal lavoro subordinato, la discriminazione essenziale non è costituita dalla sottoposizione alle direttive altrui (che è elemento presente nell’uno e nell’altro rapporto), ma dal rischio, che è totalmente a carico dell’agente, con la conseguente non configurabilità di un rapporto di agenzia nel caso di prestazione di attività compensata con retribuzione fissa ([5]).

Va tuttavia precisato che “l’autonomia dell’agente non è peraltro assoluta, perché sotto taluni aspetti il rapporto appare atteggiarsi come un rapporto di lavoro subordinato. Innanzitutto l’art. 1746 c.c. dispone che l’agente deve tutelare gli interessi del preponente e agire con lealtà e buona fede. In particolare egli deve adempiere l’incarico affidatogli in conformità alle istruzioni ricevute e fornire al preponente le informazioni riguardanti le condizioni del mercato nella zona assegnatagli e ogni altra informazione utile al fine di valutare la convenienza dei singoli affari” ([6]).

Per questa ragione l’agente, pur restando un lavoratore autonomo, viene molto avvicinato alla figura del lavoratore subordinato.

Occorre, dunque, accertare se gli agenti degli intermediari possano essere qualificati quali agenti ai sensi della disciplina richiamata o se per gli stessi si ponga qualche elemento di particolarità.

Generalmente gli accordi contrattuali tra le parti contengono pattuizioni finalizzate a prevedere l’obbligo dell’agente ad adempiere all’incarico affidatogli attenendosi alle indicazioni di carattere generale comunicategli dalla preponente; ad utilizzare la modulistica e gli strumenti telematici predisposti ed adottati dal Preponente; (iii) ad usare in modo corretto il marchio ed i segni distintivi del Preponente; (iv) ad attenersi alle forme ed alle modalità indicate e specificamente autorizzate dal preponente nell’utilizzazione del materiale pubblicitario e a seguire le indicazioni fornite da quest’ultimo fornite. All’agente, inoltre, è generalmente preclusa la possibilità di interferire in alcun modo nelle decisioni di politica aziendale assunte dal preponente.

Conseguentemente, emerge la circostanza che l’unico ambito nel quale residua una qualche discrezionalità e piena autonomia dell’agente è riferibile alle modalità di svolgimento dell’incarico specie per quanto attiene ai tempi, modi e ordine delle visite, quale, del resto caratteristica tipica del contratto di agenzia ([7]).

Può, pertanto, concludersi nel senso che il contratto-tipo generalmente utilizzato nel settore di mercato in discorso non contiene clausole derogatorie che non consentano di qualificare gli agenti come tali anche dal punto di vista della disciplina civilistica e giusprocessualistica.

Tuttavia, è usualmente prevista, con stretto riferimento all’oggetto del mandato, che l’agente deve promuovere il collocamento presso i consumatori finali dei prodotti finanziari erogati e/o distribuiti dal preponente, nonché la promozione dei contratti di convenzionamento fra il preponente e gli operatori commerciali, poiché è necessariamente in base a tali ultime tipologie di accordo che gli operatori commerciali (dealers) raccoglieranno le proposte di finanziamento dai consumatori che avranno acquistato da loro beni o servizi.

Tale attività deve intendersi, tuttavia, come una prestazione di tipo ulteriore che si aggiunge, senza snaturarla, a quella “tipica” del rapporto di agenzia (promozione “diretta” dei prodotti). Anzi, a ben guardare, la stessa si risolve, di fatto, nella promozione “indiretta” degli stessi (tramite la facilitazione della stipula di contratti comunque funzionali al collocamento “diretto”), potendosi, in ultima istanza, configurare come un’attività comunque di tipo promozionale.

D’altra parte, la stessa definizione di “intermediario del credito” di cui all’art. 121, lett. h, t.u.b. specifica che sono intermediari del credito, oltre agli agenti, anche coloro che nell’esercizio della propria attività professionale (nel nostro caso, di agenti) svolgono “attività preparatorie in vista della conclusione di tali contratti”.


3. Natura giuridica dell’“accordo di convenzionamento” con i dealers.

Meno agevole è la qualificazione del rapporto che si instaura tra l’intermediario e i dealers attraverso la sottoscrizione degli accordi di convenzionamento.

Tale tipo di accordo non pare, infatti, riconducibile ad alcuna delle figure contrattuali tipizzate dall’ordinamento e si presenta, quindi, come avente natura “atipica” o, eventualmente “mista”, con conseguente necessaria verifica della liceità della sua causa in concreto.

Come noto, si ha contratto atipico quando i contraenti prescindono da ogni riferimento a modelli tipici per dar vita a uno schema del tutto originale; in tali ipotesi la liceità ed efficacia del contratto sono sottoposti alla verifica di meritevolezza dell’interesse perseguito dalle parti secondo quanto previsto dall’art. 1322, comma 2, c.c. Il giudice in tali casi deve cioè accertare lo schema astratto ideato dai contraenti e verificare se lo stesso abbia un significato economico-sociale in termini di scambio di utilità non immorali.

La giurisprudenza tende, peraltro, ad operare una crescente tipizzazione degli accordi atipici, soprattutto ove l’operazione economica realizzata presenti taluni elementi di un tipo e taluni elementi di un altro tipo: in tale eventualità si è al cospetto di un “contratto misto”. Il contratto misto è, dunque, configurato come la risultante della combinazione di una pluralità di frammenti di schemi tipici che si fondono e condizionano vicendevolmente (ad esempio, il contratto di albergo dove coesistono frammenti della locazione di alloggio, della fornitura di servizi e del deposito).

La stessa giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che “in tema di contratto misto, la relativa disciplina giuridica va individuata in quella risultante dalle norme del contratto tipico nel cui schema sono riconducibili gli elementi prevalenti (cosiddetta teoria dell’assorbimento o della prevalenza), senza escludere ogni rilevanza giuridica degli altri elementi, che sono voluti dalle parti e concorrono a fissare il contenuto e l’ampiezza del vincolo contrattuale, ai quali si applicano le norme proprie del contratto cui essi appartengono, in quanto compatibili con quelle del contratto prevalente” ([8]).

Illustrate queste premesse di ordine generale, l’esito delle verifiche sopra accennate in relazione all’accordo di convenzionamento dipende necessariamente dalla disamina delle pattuizioni di volta in volta decise dalle parti.

Tuttavia, aldilà della concreta formulazione letterale della clausola, l’accordo avrà ad oggetto la possibilità per il dealer di avvalersi dei servizi finanziari di credito al consumo dell’intermediario da proporre agli acquirenti dei propri beni/servizi potendo, conseguentemente, inoltrare all’intermediario le richieste di finanziamento per l’acquisto di beni o servizi avanzate dalla propria clientela.

In tale prospettiva, la causa del contratto potrebbe avvicinarsi a quella propria del contratto di intermediazione creditizia, regolata dall’art. 128-sexies t.u.b. ([9]).

Nel caso di specie, tuttavia, il dealer non si limita a mettere in contatto le parti per la stipula di un contratto di finanziamento, ma diviene esso stesso parte dello schema negoziale, essendo il soggetto che riceverà il pagamento da parte del soggetto finanziato (seppur percependo l’importo direttamente dall’intermediario finanziatore). La causa del contratto risulta, dunque, pacificamente atipica.

Non solo: l’intenzione delle parti (la causa in concreto) è quella di sottoscrivere con l’accordo di convenzionamento non un singolo contratto, ma un “accordo normativo” per mezzo del quale esse restano libere (oltre che di rivolgersi, rispettivamente, ad altri fornitori o ad altri intermediari) di rinviare a futuri singoli contratti la regolamentazione dei reciproci rapporti patrimoniali e giuridici ([10]).

In tali casi, quindi, le parti non dispongono dei propri interessi, come nel caso di un contratto singolo, ma si limitano a fissare la disciplina di futuri contratti.

L’accordo normativo può riguardare singole clausole o l’intero contenuto di eventuali, futuri contratti, come nel caso di c.d. contratto-tipo, quando tra le parti (di regola impresa e fornitori abituali) si instaurano ripetuti rapporti contrattuali sempre identici. Ma a tale preventivo accordo fanno sempre seguito, di volta in volta, i singoli successivi accordi riferiti ai singoli contratti, il cui contenuto le parti si sono impegnate a fissare secondo quanto pattuito nell’accordo quadro.

L’accordo pertanto non è un pactum de contrahendo, ma un pactum de modo contrahendi, nel senso che quel dato contenuto si inserirà nel successivo contratto anche in caso di silenzio e di assenza di clausole contrastanti.

L’accordo normativo ha, in particolare, lo scopo di contenere le trattative per i successivi contratti, salvo che mutino le condizioni di mercato (essendo in tale caso contrario a buona fede pretendere l’esecuzione dell’accordo stesso senza rinegoziarne i contenuti) oppure che le parti, di intesa, inseriscano nel contratto clausole difformi.


4. I dealers quali «intermediari del credito» ai sensi dell’art. 121, lett. h, t.u.b.

Nonostante la natura atipica del contratto, i dealers possono, comunque, essere ricondotti alla figura giuridica tipizzata (già sopra ricordata) dell’“intermediario del credito” di cui all’art. 121, lett. h), t.u.b. che ne offre la seguente definizione: “intermediario del credito indica gli agenti in attività finanziaria, i mediatori creditizi o qualsiasi altro soggetto, diverso dal finanziatore, che nell’esercizio della propria attività commerciale o professionale svolge, a fronte di un compenso in denaro o di altro vantaggio economico oggetto di pattuizione e nel rispetto delle riserve di attività previste dal Titolo VI-bis, almeno una delle seguenti attività: 1) presentazione o proposta di contratti di credito ovvero altre attività preparatorie in vista della conclusione di tali contratti; 2) conclusione di contratti di credito per conto del finanziatore.

Esclusa, in termini generali, la possibilità che i dealers possano concludere contratti di credito per conto dell’intermediario, rientra per converso certamente nella definizione offerta dalla norma la possibilità per i dealer (che non sono né “agenti in attività finanziaria” né “mediatori creditizi”, ma, magari, sono semplici concessionari di autoveicoli) di effettuare la “presentazione o proposta di contratti di credito ovvero altre attività preparatorie in vista della conclusione di tali contratti” nell’ambito dell’esercizio “della propria attività commerciale” di rivenditori o prestatori di servizi.

Come anticipato, proprio questa attività “preparatoria” coincide con l’obbligazione principale e caratterizzante di cui all’accordo di convenzionamento.

Il riconoscimento economico ai dealers, consiste, generalmente, in una percentuale degli introiti derivanti dal perfezionamento del contratto di credito al consumo che il cliente sottoscrive con l’intermediario dopo segnalazione del medesimo dealer.

Tanto chiarito sotto il profilo della qualificazione giuridica sia del rapporto intercorrente tra l’intermediario e i dealers in virtù dell’accordo di convenzionamento, sia della qualificazione legale della figura del dealer, si può ora procedere a fornire risposta ai quesiti posti supra.


5. Conclusioni sulla figura dell’agente in attività finanziaria.

Circa la collocazione degli agenti nella struttura dell’intermediario, la natura “tipicamente” agenziale del rapporto vale a situarli in una posizione adiacente a quella dei dipendenti del preponente.

A confermare tale conclusione militano alcuni ulteriori indici di diritto positivo, e segnatamente di diritto degli intermediari finanziari.

L’art. 35 del d. lgs. n. 231/2007 in tema di prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio, prevede che nell’ambito dei rapporti di esternalizzazione o di agenzia “il fornitore del servizio esternalizzato o l’agente sono considerati, ai sensi del contratto, parte integrante dell’ente o della persona soggetti al presente decreto”.

Nella medesima direzione di avvicinamento degli agenti ai dipendenti depone anche il documento di consultazione Consob del 15 luglio 2013 ([11]), la documentazione della Financial Action Task Force (FATF - GAFI) ([12]), e, infine, le più recenti proposte di direttiva della Commissione Europea ([13]).

Per tali motivi, i rapporti intercorrenti tra gli agenti e l’intermediario paiono poter essere naturalmente ricondotti, a livello di funzionigramma aziendale, alla competenza esclusiva della funzione risorse umane in ragione dei relativi compiti e della responsabilità di tale funzione in merito alla corretta gestione amministrativa di paghe, contributi, trattamenti economici e previdenziali, in relazione ai contratti collettivi e personali stipulati.

Quanto precisato consente, altresì, di concludere nel senso della difformità dei rapporti agenziali rispetto ai rapporti intrattenuti dall’intermediario con gli altri soggetti che pure, a diverso titolo, agevolano la sua attività, quali i dealers in virtù della sottoscrizione dell’accordo di convenzionamento. Tale ultimo accordo va ricostruito (come sopra illustrato) quale accordo quadro teso a disciplinare preventivamente eventuali futuri contratti commerciali e/o finanziari. La natura dell’attività dei dealers non è a carattere parasubordinato, ma più squisitamente commerciale e/o finanziario.


6. Conclusioni circa la remunerazione degli agenti in attività finanziaria.

Per le motivazioni richiamate supra, il singolo intermediario potrà prendere in considerazione la possibilità di distinguere il compenso da intermediazione da quello dovuto a titolo differente, comprensivo anche di riconoscimenti per il collocamento di eventuali servizi accessori. Se, infatti, da un lato, è vero che “la provvigione è il compenso che spetta all’agente per l’attività svolta nell’interesse del preponente” e che “una delle caratteristiche fondamentali della provvigione è quella di essere un compenso ragguagliato e collegato agli affari trattati dall’intermediario” ([14]), altrettanto vero che l’orientamento interpretativo consolidato permette di riconoscere all’agente, accanto alla provvigione, ulteriori forme di compenso per le diverse attività che lo stesso può essere chiamato a svolgere (a condizione, tuttavia, che si tratti di attività marginali e accessorie rispetto all’attività strettamente agenziale e che tali compensi non siano sproporzionati rispetto al compenso provvigionale, che deve mantenere carattere qualificante del rapporto).

Si è, ad esempio, riconosciuto che “il contratto di agenzia può comunque prevedere, e normalmente prevede, ulteriori emolumenti in favore dell’agente, che si aggiungono ai compensi provvigionali: ad esempio, varie forme di contributi particolari, rimborsi, spese, indennità, come pure maggiorazioni delle provvigioni al superamento di un certo fatturato (c.d. « rappel »)”. Secondo la giurisprudenza tali forme particolari di compenso non snaturano il rapporto di agenzia, almeno fino a quando il rischio d’impresa resti addossato all’agente ([15]).

Va, peraltro, tenuto presente l’“ulteriore problema di evitare che si venga in tal modo a ridurre fittiziamente l’importo delle provvigioni (rilevante, ad es., per il calcolo dell’indennità di fine rapporto o ai fini dei versamenti contributivi)” ([16]).

(ii) Come ogni compenso (compresa la provvigione), si renderà, tuttavia, necessario che lo stesso risulti riferito a parametri predefiniti, al fine di evitare ogni discrezionalità da parte del preponente e difficoltà di motivazione ragionevole (si ricordi che l’art. 1749 c.c. regola il “diritto dell’agente di esigere che gli siano fornite tutte le informazioni necessarie per verificare l’importo delle provvigioni liquidate”, norma che può reputarsi espressiva di un più generale principio per cui i compensi agenziali vanno calcolati secondo parametri predeterminati ex ante).

Per la remunerazione delle attività “espressamente” qualificate come accessorie (quale è, ad esempio, tipicamente l’attività di incasso) l’AEC Commercio (generalmente richiamato negli accordi intermerdiario-agente) pare anzi disporre che le stesse non possano essere remunerate in forma provvigionale (segnatamente l’AEC, all’art. 4, comma 8, dispone che “nel caso in cui sia affidato all’agente o rappresentante l’incarico continuativo di riscuotere per conto della casa mandante, con responsabilità dell’agente per errore contabile, o di svolgere attività complementari e/o accessorie rispetto a quanto previsto dagli artt. 1742 e 1746 c.c., ivi comprese quelle di coordinamento di altri agenti in una determinata area, purché siano specificate nel contratto individuale, dovrà essere stabilito uno specifico compenso aggiuntivo, in forma non provvigionale”, il che porta la dottrina a concludere, appunto, che “sembrerebbe che nel contesto dell’AEC Commercio la remunerazione delle attività accessorie debba sempre essere effettuata in forma non provvigionale”) ([17]).

Ci si è domandati, tuttavia, se le citate norme collettive che impongono un compenso non provvigionale possano essere derogate nel contratto individuale. La risposta che si è data è che “dal momento che la materia della remunerazione dell’agente è tradizionalmente rimessa all’autonomia delle parti, sembra doversi rispondere in senso affermativo, e le parti dovrebbero quindi poter scegliere anche la corresponsione di un compenso percentuale, soluzione senza dubbio più semplice dal punto di vista contabile-amministrativo” ([18]).

(iii) Per tali compensi di natura accessoria si pone, infine, il tema (che, peraltro, in questa sede può essere solo accennato) della loro valutazione ai fini del calcolo delle indennità di fine rapporto ([19]).

Per il calcolo di tali indennità, i compensi percepiti da tenere in considerazione sembrerebbero essere intesi come solo quelli aventi natura essenzialmente “provvigionale” (qualora si rendesse, pertanto, opportuno ricomprendere anche tali compensi nei calcoli funzionali alla determinazione dell’indennità meritocratica, risulterebbe appropriato specificarlo adeguatamente nel contratto agenziale).

A tale proposito va, tuttavia, tenuto presente che la tendenza interpretativa appare nel senso di considerare la nozione di compenso provvigionale in senso esteso, facendovi rientrare tutti i rimborsi a percentuale ([20]).

L’AEC Commercio pare anzi spingersi oltre, disponendo, all’art. 12, comma 3, che “l’indennità in caso di cessazione del rapporto […] sarà computata sulle provvigioni e le altre somme, comunque denominate, per le quali è sorto il diritto al pagamento in favore dell’agente”.


[1] Artt. 1742-1753 c.c.: la disciplina contenuta in tali norme è storicamente rivolta essenzialmente al rapporto tra il preponente e l’agente di commercio, quale collaboratore di imprese commerciali, ma essa non esclude il rapporto con altre categorie di agenti, come l’agente di impresa non commerciale e l’agente del non imprenditore, in quanto si inseriscano nella previsione legislativa.

Del resto, l’agente è stato considerato “figura mista” dalla relazione del ministro guardasigilli (n. 720) all’attuale codice civile, nel quale l’agente ha trovato per la prima volta un’autonoma e organica regolamentazione legislativa: “mista” in quanto essa è venuta differenziandosi da altre figure ed istituti, dei quali ha mantenuto talune caratteristiche e con cui conserva alcune affinità.


[2] Cfr. Cass. sez. lav., 24 gennaio 1994, n. 687.


[3] L’attività del procacciatore, nella misura in cui si concretizza nella raccolta di ordini che vengono trasmessi al preponente nel cui interesse esclusivo il procacciatore agisce, ha un contenuto pressoché identico a quello dell’agente senza rappresentanza.


[4] Cfr. Cass. 4 settembre 2013, n. 20322; Cass. 23 luglio 2012, n. 12776; Cass., 14 maggio 2007, n. 11024.


[5] Cfr. già Cass., 24 maggio 1986, n. 3507.


[6] Così ad es. F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, XVI ed., Napoli, 2013, p. 1192.


[7] L’agente ha libertà di organizzare il proprio lavoro senza alcun obbligo di osservare orari, può scegliere la propria clientela e studiare le tecniche di mercato, individuando la linea di condotta che a lui appare migliore, ma sopporta il rischio oltre a tutte le spese dell’organizzazione.


[8] Cass., 12 dicembre 2012, n. 22828.


[9] L’attività di mediazione creditizia consiste nell’attività di messa in correlazione tra chi svolge attività bancaria o di intermediazione finanziaria (in senso stretto) in via prevalente e verso il pubblico e i potenziali clienti, persone giuridiche o fisiche, che hanno necessità di accedere ai servizi finanziari offerti dai primi


[10] In termini generali, un accordo normativo (o contratto normativo o contratto quadro) viene sottoscritto qualora due soggetti raggiungano un’intesa nel senso di fissare il contenuto dei futuri contratti che essi saranno liberi, di volta in volta e senza preventivo obbligo di contrarre, di concludere tra di loro.


[11] Bozza di delibera recante “Disposizioni attuative in materia di adeguata verifica della clientela da parte dei promotori finanziari, ai sensi dell'art. 7, comma 2, del Decreto Legislativo 21 novembre 2007, n. 231” poi confluita nella Delibera 18731 del 18 dicembre 2013.

http://www.consob.it/main/documenti/bollettino2013/d18731.htm

http://www.consob.it/main/documenti/Regolamentazione/lavori_preparatori/consultazione_promotori_20130715.htm?hkeywords=&docid=2&page=0&hits=130


[12] Il FATF ha avuto modo di chiarire che “agents are viewed by the FATF as an extension of the financial services provider. Consequently, the conduct of CDD by these agents is treated as if it were conducted by the principal financial institution” (FAFT Reference Document, Methodology for Assessing Compliance with the FATF 40 Recommendations and the FATF 9 Special Recommendations, 2009). Si specifica, inoltre, che gli agenti sono inclusi nell’attività di monitoraggio che deve essere svolta dagli intermediari al fine di assicurare il rispetto dei programmi di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo (Raccomandazioni FATF-GAFI, febbraio 2013).


[13] In particolare la Proposta di nuova Direttiva (c.d. Quarta Direttiva Antiriciclaggio), con la Commissione UE, in primo luogo, ha confermato il principio già espresso nel considerando n. 28 della Direttiva 2005/60/CE, che viene sostanzialmente trasfuso nel nuovo considerando n. 24, che così recita: “in caso di relazioni d'agenzia o di assegnazione esterna di lavoro su base contrattuale fra enti obbligati e persone fisiche o giuridiche esterne che non rientrano nell'ambito di applicazione della presente direttiva, qualunque obbligo volto a evitare il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo incombente a tali agenti o prestatori di servizi esterni in quanto parte degli enti obbligati può derivare unicamente dal contratto, e non dalla presente direttiva. Occorre che la responsabilità relativa all'ottemperanza della presente direttiva rimanga a carico dell'ente obbligato che rientra nel suo ambito di applicazione”.

In secondo luogo, ha ripreso e confermato la previsione dell'art. 19 della Direttiva 2005/60/CE, collocandola nell'articolo 28 della Proposta di nuova Direttiva: “La presente sezione [la Sezione 4, dedicata all'Esecuzione da parte di terzi] non si applica ai rapporti di esternalizzazione o di agenzia nel cui ambito il prestatore del servizio esternalizzato o l'agente devono essere considerati, ai sensi del contratto, parte integrante dell'ente obbligato”. In altri termini, dunque, secondo la Commissione europea, in virtù del rapporto di immedesimazione tra promotori e intermediari di riferimento (gli agenti come parte integrante dell'ente): i) destinatari delle norme sull'antiriciclaggio sono solo gli intermediari; ii) gli agenti non possono essere considerati come terzi rispetto agli intermediari per cui agiscono, con la conseguenza che gli adempimenti antiriciclaggio posti in essere per il tramite dei primi vanno giuridicamente imputati ai secondi.


[14] Così, per tutti, P. Fadel, Il contratto di agenzia. Profili civili e fiscali, Milano, 2006, p. 44 s.


[15] Così Cass., 20 marzo 2009, n. 6882.


[16] Cfr. F. Bortolotti et al., Il contratto di agenzia commerciale, v. I, Padova, 2007, p. 185.


[17] V. F. Bortolotti et al., Il contratto di agenzia commerciale, cit., p. 187.


[18] V. F. Bortolotti et al., Il contratto di agenzia commerciale, cit., p. 187 s.


[19] Come noto, l’art. 1751 c.c. prevede (a) l’obbligo a carico del preponente, al momento della cessazione del rapporto di agenzia, di corrispondere all’agente un’indennità se l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti; (b) che il pagamento di tale indennità sia equo, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente perde e che risultano dagli affari con tali clienti. Per quanto attiene alla determinazione dell’indennità, l’art. 1751, comma 3, c.c., stabilisce che essa non può superare una cifra equivalente ad un’indennità annua calcolata sulla base della media annuale delle retribuzioni riscosse dall’agente negli ultimi cinque anni, e se il contratto risale a meno di cinque anni, sulla media del periodo in questione.

Si tratta della c.d. “indennità meritocratica”, regolata anche dall’AEC (cfr. l’art. 13, comma 2, AEC). Secondo la giurisprudenza (v. ad es. Cass., 15203/2010), “il giudice, una volta riscontrato, sulla base delle risultanze istruttorie, che l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti, è chiamato a verificare, tenendo conto di tutte le circostanze di fatto emergenti dal concreto svolgimento del rapporto di agenzia, se l’indennità di cessazione del rapporto, nella misura calcolata sulla base dei criteri previsti dalla contrattazione collettiva, possa considerarsi, o no, «equa», nel senso di compensativa anche del particolare merito dell’agente emergente dalla suddetta circostanza di fatto, tenendo peraltro conto del limite di cui al comma 3 dell’art. 1751 c.c. applicabile alla quantificazione secondo equità dell’indennità in esame”.

Più in dettaglio, l’AEC (art. 13, comma 3) prevede per la quantificazione della somma spettante a titolo di indennità meritocratica un valore iniziale, rivalutato secondo l’indice ISTAT (pari al fatturato della zona o dei clienti affidati all’agente all'inizio del mandato) ed un valore finale (pari al fatturato della zona o dei clienti rientranti nel mandato affidato all’agente al termine del rapporto di agenzia).

Tale confronto va effettuato sulla base dei criteri individuati dalla tabella esposta sub art. 14 dell’AEC, alla luce della quale può stabilirsi il livello percentuale d’incremento del fatturato.


[20] V. F. Bortolotti et al., Il contratto di agenzia commerciale, cit., p. 185.