COVID-19 e obbligazioni: le prime decisioni



Il Tribunale di Napoli interviene sul tema della impossibilità sopravvenuta di adempimento delle obbligazioni a causa del factum principis da Covid-19, disponendo la sospensione degli adempimenti in una procedura da sovraindebitamento.


Il provvedimento decide sull’istanza proposta dal debitore in corso di omologa e avente ad oggetto il differimento delle obbligazioni assunte sulla base di un piano attestato dall’Organismo di composizione della crisi rispetto all’iniziale termine previsto.


Le motivazioni di accoglimento sono sintetizzate come di seguito.


ln primo luogo, va subito precisato che non è del tutto conferente il richiamo – effettuato in istanza dal debitore – all’art. 13, comma 4-ter della l.n. 3/2012 perché tale norma presuppone che il piano sia stato già omologato e che nella sua fase esecutiva diventi impossibile il suo esatto adempimento (vizio funzionale del piano).


ln tal caso però appare evidente che è rimesso al giudice, medio tempore riservatosi di decidere, valutare la sopravvenuta esistenza di una causa non imputabile al debitore che non rende possibile l’esatto adempimento (nel caso di specie solo in ordine al momento della decorrenza della esecuzione, cioè verificandosi in tal caso una sorta di sospensione della esecuzione della prestazione promessa ai creditori da parte del consumatore).


Da questo punto di vista, anche alla luce della ratio che ispira l’insieme delle norme di cui si compone il DL “Cura Italia”, si ritiene che la circostanza possa essere valutata dal Giudice delegato fin dal momento della omologa del piano e senza la necessità di una nuova udienza per la discussione del profilo temporale dell’adempimento con i creditori o qualunque altro interessato che ne possano trarre elemento per sollevare una eventuale contestazione.


Ispira questa interpretazione in primo luogo l’art. 91 del Decreto Legge sopra richiamato recante disposizioni in materia ritardi o inadempimenti contrattuali derivanti dall’attuazione delle misure di contenimento che, sia pure riferito a vicende contrattuali e non a vicende caratterizzate da profili procedurali in senso ampio come il caso del piano del consumatore (la norma così recita “Il rispetto delle misure di contenimento di cui presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti) può essere considerata norma di carattere generale per la interpretazione delle conseguenze dell’attuazione delle misure di contenimento del Coronavirus e quindi anche strumento nelle mani del giudice per valutare la presente istanza di differimento del termine da cui iniziare a far decorrere l’adempimento delle obbligazioni assunte con il piano del consumatore (del resto, come detto, l’istante è stato messo in cassa integrazione ai sensi e per gli effetti proprio del decreto legge “Cura Italia” e dal decreto appena citato emergono anche una serie di altre disposizioni che confermano la direzione interpretativa assunta come, ad esempio, le norme sulla proroga fino al 30 settembre 2020, dei contratti di finanziamento erogati nelle varie forme ai fini della loro stabilizzazione e del differimento della scadenza dei relativi crediti; la moratoria, sempre fino al 30 settembre 2020, delle rate in scadenza dei mutui, prestiti, leasing; inoltre, con riferimento ai crediti erariali, e precisamente per carichi iscritti a ruolo, le norme che prevedono la sospensione dei pagamenti e la sospensione dell’attività di riscossione, ivi compresi gli atti esecutivi e cautelari).


Inoltre, non può tacersi il principio della economia dei mezzi processuali che in tal caso fonda la decisione di accogliere l’istanza. L’alternativa, infatti, sarebbe quella di omologare il piano così come proposto, senza lo spostamento del tempo dell’adempimento come richiesto, e poi procedere all’esame di una istanza diretta ad ottenere la modifica della proposta del piano sotto il solo profilo temporale.


ln parte qua non si può che ritenere che la istanza sarebbe certamente accoglibile stante la natura del tutto eccezionale della situazione in cui versa il per effetto delle misure di contenimento della diffusione del Coronavirus.


Il procedimento di cui all’art. 13, comma 4-ter non potrebbe che terminare con l’accoglimento della istanza dovendosi certamente ritenere (o meglio prendere atto) che il richiesto ritardo nell’adempimento da parte del consumatore è certamente derivante da una ragione a lui non imputabile, non potendo trovare prevalenza, con tutta evidenza, la disposizione di cui all’art. 14-bis, comma 2, lett. b) che riconosce ai creditori di dichiarare cessati gli effetti del piano del consumatore omologato nel caso in cui l’esecuzione (e si ritiene anche l’esatta esecuzione) del piano diviene impossibile anche per ragioni non imputabili al debitore.


Il rapporto tra art. 13, comma 4-ter e art. 14-bis, comma 2, lett. b) va inteso nel senso che prevale la volontà del debitore di chiedere la modifica della proposta del piano rispetto a quella dei creditori di ottenere la cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore (possibilità evidentemente riconosciuta solo in presenza di causa non imputabili al debitore e non certo in caso di suo colpevole inadempimento).


Fin qui emerge che non è stato necessario ricorrere alle norme generali che disciplinano i modelli civilistici della rilevanza della impossibilità sopravvenuta della prestazione che variamente incidono sulle modalità di esecuzione delle obbligazioni assunte, ma non si può tacere che, se non ci fosse stata la sopra detta disciplina speciale, proprio la ratio che ispira l’art. 91 sopra citato e le norme del codice civile che dettano la disciplina dell’inadempimento (o della impossibilità dell’esatto adempimento) da parte del debitore per causa a lui non imputabile sarebbero state utili a chiarire i termini della questione posta all’attenzione del Giudice Delegato, ed ancor prima le norme sulla buona fede, correttezza e l’equità come ulteriore fonti immanenti ogni rapporto obbligatorio e a tali principi il legislatore fa espresso riferimento anche nel Codice della Crisi laddove all’art. 4 rubricato “doveri delle parti” si disciplina l’obbligo del comportamento del debitore e del creditore secondo buona fede e correttezza e il dovere di leale collaborazione tra le parti coinvolte nelle procedure di composizione della crisi e nella loro esecuzione.


L’interpretazione proposta trova poi conferma nell’art. 72 del Codice della Crisi, il quale prevede che è possibile la revoca giudiziale dell’omologazione del piano nel caso di inadempimento (imputabile) degli obblighi previsti nel piano mentre la revoca è possibile anche nel caso in cui il piano non sia più attuabile (rectius fattibile) e sempre che lo stesso non sia modificabile.


Lo Studio Legale Scarlino è al fianco degli imprenditori per aiutare il Paese ad affrontare questo periodo di eccezionale impegno ed è a vostra disposizione per ogni chiarimento.


Avv. Danilo Scarlino, LL.M., Ph.D.