Contenzioso e Fase 2: la parola d’ordine è conciliare!



Il grido d’allarme per definire in via transattiva i procedimenti in corso arriva dal Tribunale di Bologna, con particolare riferimento a tutti i casi nei quali le parti in causa abbiano ipotizzato ante Covid-19 una chiusura della lite in via conciliativa.


Il provvedimento in discorso chiede di procedere alla più sollecita presa di posizione per cercare una chiusura del processo tenuto conto, in linea generale, dell’esigenza di ridurre il numero e la durata dei processi pendenti, grazie anche a modalità alternative di risoluzione delle controversie, nonché, in particolare, dei problemi pratici legati all’epidemia in atto.


Nella Fase 2 la Magistratura si ritroverà necessariamente a dover razionalizzare il ruolo, stabilire i casi nei quali è necessario tenere udienza e in orari differenziati, valutare le priorità, individuare le cause per le quali si prospetta come probabile un’istruttoria.


Il Tribunale chiede formalmente alle parti di appurare sin d’ora se un accordo sia stato effettivamente raggiunto e in che forma (ad es., mediante scrittura privata o comunque con atto non destinato ad entrare nel fascicolo processuale) ed eventualmente attuato.


Il tal caso il Tribunale potrà con ordinanza dichiarare cessata la materia del contendere o – qualora le parti optino per la rinuncia agli atti con reciproca accettazione – dichiarare l’estinzione del processo ex art. 306 c.p.c., senza necessità di far comparire i difensori alla già fissata udienza in Fase 2.


Il provvedimento, in altri termini, richiama l’endemica situazione di arretrato e abnorme accumulo di procedimenti, acuito in termini ancora non del tutto percepibili dal blocco delle attività processuali imposto per motivi sanitari.


In questo scenario, che rischia di drammatizzare ancor di più la già compromessa situazione dei tempi della giustizia in Italia, la Magistratura chiama al senso di responsabilità non tanto le parti processuali, quanto l’Avvocatura nel suo complesso, invitando a valutare seriamente di chiudere in via alternativa le pendenti vicende processuali, altrimenti definibili solo tra qualche anno, nella migliore delle ipotesi.


In un panorama così delineato, l’Avvocatura, per il tramite dei Consigli territorialmente competenti, dovrebbe seriamente valutare l’opzione di incentivare presso i propri iscritti l’utilizzo dell’istituto del c.d. arbitrato forense di cui all'art. 1 del d.l. n. 132/2014 convertito con modificazioni nella l. n. 162/2014.


Tale norma prevede la possibilità che nelle cause civili dinanzi al Tribunale o in grado d'appello, le cause che non hanno ad oggetto diritti indisponibili (e che non vertono in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale) le parti, con istanza congiunta, possano richiedere di promuovere un procedimento arbitrale a norma del codice di procedura civile.


Il Giudice, ricevuta l’istanza, dispone la trasmissione del fascicolo al presidente del Consiglio dell'Ordine per la nomina del collegio arbitrale avanti al quale sarà definita la controversia, con salvezza dell’attività processuale fino a quel momento espletata.


Gli arbitri sono individuati, concordemente dalle parti o dal Presidente del Consiglio dell'ordine, tra gli avvocati iscritti nell'albo che non abbiano subito condanne definitive comportanti la sospensione.


I tempi straordinari che stiamo vivendo impongono scelte altrettanto straordinarie e la necessità di assumere responsabilità un tempo impensabili a fronte della immobilità della Giustizia, cui altrimenti saremo destinati ad assistere.


Avv. Danilo Scarlino, LL.M., Ph.D.